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Mafia capitale, il sociale saccheggiato: se non facevi parte del clan eri fuori

Parla Antonio D’Alessandro, presidente di Parsec Consortium: “Dagli immigrati alle tossicodipendenze tutto è stato fonte di affari”. “Noi nati negli anni 70: dopo Alemanno abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione molti soci, mentre gli appalti andavano a cooperative sconosciute”

03 dicembre 2014

ROMA – Non solo il capitolo dell’accoglienza ai migranti, ma tutta l’area del sociale è stata “fonte di saccheggio” a Roma: dalla gestione del verde pubblico fino alle tossicodipendenze. A denunciarlo dopo la notizia dell'indagine "Mafia Capitale", è il presidente della Parsec Consortium, del quale fa parte anche la cooperativa sociale di tipo B "Parsec Flor", Antonio D’Alessandro, che racconta come, dopo la vittoria di Gianni Alemanno, alle elezioni capitoline del 2009, il sistema abbia a mano a mano penalizzato le cooperative storiche a favore di altri soggetti pressoché sconosciuti. “Ci dicevano che eravamo di sinistra – spiega – e per questo gli appalti venivano dati ad altri. La mia struttura nasce negli anni ‘70 al Tufello. Nel ‘93 diventa cooperativa sociale di inserimento lavorativo nel campo del verde e dopo un corso di formazione abbiamo iniziato a cercare lavoro con il Comune di Roma attraverso gli appalti riservati alla cooperazione sociale. Dal ‘93 in poi samo andati avanti sempre con un trend positivo fino ad arrivare al periodo di Alemanno. Nel 2009 avevamo 500 mila euro di appalto, nel 2013 quando Alemanno andò via eravamo arrivati a 100 mila, l’80 per cento in meno. Questo ha significato mettere in cassa integrazione la maggior parte dei nostri soci, alcuni sono stati anche licenziati”.

- Lo stesso sistema  valeva anche per le tossicodipendenze, come denunciato già nel 2012 dal Cnca in un dossier.  “Alemanno ha scelto di ridurre le commesse esterne in maniera scientifica, colpendo tutto il Cnca e dando soldi a strutture inesistenti – aggiunge D’Alessandro – E’ una cosa che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, concretamente, perché ci dicevano che eravamo di sinistra, in realtà eravamo fuori dal clan”.

Parsec ha collaborato occasionalmente e insieme ad altre cooperative anche con la “29 giugno”, la cooperativa gestita da Salvatore Buzzi, che nelle carte degli inquirenti è indicato come colui che faceva da tramite per conto del presunto boss Massimo Carminati nella spartizione degli appalti. “Abbiamo avuto contatti con la 29 giugno – spiega – ma c'erano altri accordi che non conoscevamo e da cui siamo stati esclusi, come dimostra la riduzione drastica degli appalti da noi gestiti. Abbiamo fatto la parte degli utili idioti - aggiunge – siamo stati cioè strumentalizzati, perché siamo una struttura storica e ora abbiamo il sospetto di essere stati usati come paravento. Va detto, inoltre, che al di là di tutto, la  29 giugno ha recuperato anche molte persone in situazioni drammatiche, non è una cooperativa di facciata, poi come gestiva il tutto è un altro paio di maniche. Però, anche per gli operatori che ci lavorano, è giusto dire che sono state recuperate realmente persone in situazione di tossicodipendenza”.

Alla luce della bufera che sta coinvolgendo l'intero mondo delle cooperative, D’Alessandro invita a “non fare di tutta l’erba un fascio” perché “in questa fase di difficoltà la cooperazione sociale che unisce l’obiettivo sociale con l’etica è una delle risposte più importanti di fronte alla situazione drammatica che stiamo vivendo”. Per il presidente di Parsec, però, ora il sindaco Ignazio Marino deve approfittare di questa brutta storia per fare finalmente “pulizia”: “questa può essere l’occasione per  dare veramente una svolta alla gestione della città. Si parla di rimpasto di giunta, e allora speriamo che si faccia una pulizia reale, c’è  una società civile pronta a fare bene”. (ec)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Mafia capitale, Parsec, Cooperative sociali, Cooperazione, Immigrati, Tossicodipendenza

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