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Er fine pena, A piede libero, Fa er bravo: ecco le birre fatte dai detenuti

Pronte per la distribuzione le prime tre bottiglie del progetto "Vale la pena", realizzate insieme ai detenuti e agli studenti dell’Istituto agrario Sereni di Roma, con la supervisione di tre mastri birrai. Tra i progetti futuri: un lavoro con i ragazzi disabili e una speciale “crime beer”

16 dicembre 2014

Un momento dell'inaugurazione
Le birre made in carcere 2

ROMA – “Er fine pena”, “A piede libero”, “Fa er bravo”: sono queste le prime tre birre made in carcere prodotte grazie al progetto di reinserimento sociale Vale la pena, portato avanti insieme ai detenuti del carcere romano di Rebibbia. Il progetto, cofinanziato dal ministero dell’Università e della ricerca e dal ministero della Giustizia, e ideato dall’associazione Semi di libertà, prevede infatti la realizzazione di un birrificio artigianale dove i detenuti, vengono formati alla professione di tecnico birraio ed avviati all’inclusione professionali. E, così, dopo mesi di lezioni e di laboratori pratici sono pronte le prime tre birre, che verranno poi vendute al pubblico.

Le birre made in carcere
Le birre made in carcere

“La prima birra che abbiamo prodotto l’abbiamo voluta chiamare Er fine pena, proprio perché la sua produzione è stata lunghissima. Ci abbiamo messo quasi un anno – spiega Paolo Strano, presidente di Semi di libertà, l’associazione che ha ideato il progetto – ironicamente, quindi, volevamo rimarcare quanto fosse stata una pena riuscirci. Si tratta di una golden ale, che è già uno dei cavalli di battaglia del birrificio e che abbiamo realizzato insieme a Marco Meneghin, mastro birraio di Birra Stavio”. Insieme agli studenti dell’Istituto Sereni di Roma, è stata invece prodotta “A piede libero”: “il nome l’hanno scelto i ragazzi durante uno dei corsi sulla legalità che abbiamo fatto all’interno della scuola, perché uno dei nostri obiettivi è anche quello di lavorare sulla divulgazione di messaggi di inclusione e legalità – spiega ancora Strano -. Questa rimarrà sempre la birra della scuola, anche perché è fatta con il farro biologico che viene coltivato lì, e che è a centimetro zero, potremmo dire, perché anche il birrificio si trova all’interno dell’Istituto. Si tratta di una birra aromatizzata con arancia amara e cannella, e realizzata insieme a Paolo Mazzola del birrificio Castelli romani”. La terza birra, realizzata insieme a Orazio Laudi di Birra Turan è  “Fa er bravo”: “è una birra monoluppolo – aggiunge - che abbiamo chiamato così perché il luppolo utilizzato si chiama appunto bravo”, spiega ancora Strano.

I detenuti che hanno partecipato alla realizzazione delle prime birre sono in tutto 5, dei quali 3 tutt’ora al lavoro: “per loro poter far parte di un progetto come questo è importantissimo – spiega il presidente dell’associazione – perché quello che tendiamo a fare, al di là del discorso lavorativo, è ricostruire un tessuto sociale intorno a queste persone. Sono ragazzi che vivono giornate intere in una cella senza poter parlare con nessuno. Per loro anche solo uscire, vedere gente, scambiare due parole con un’altra persona, è un modo per ricostruirsi una vita.”.

Per le birre prodotte ora si attende una distribuzione, ma intanto i progetti vanno avanti. In particolare, l’associazione sta pensando a una birra fatta insieme ai ragazzi disabili che frequentano i corsi dell’Istituto Sereni. “Tra loro e i detenuti, che partecipano alla produzione delle nostre birre, si è creato da subito un clima speciale – aggiunge Strano –e vorremmo fare quindi un lavoro con loro”. Tra i progetti del birrificio c’è anche una speciale “crime beer” pensata per il Crime caffè, centro studi sulla legalità formato da criminologi.  “Il nostro obiettivo è andare avanti – conclude Strano – cercando di fare il più possibile un prodotto di qualità che punta sulle materie prime a chilometro zero, e dove non possibile, ai prodotti del commercio equo e solidale. Una birra che significhi legalità ma anche inclusione, a 360 gradi”. (ec)

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