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“La storia dell’orso” braccato diventa arte con i disegni di Stefano Ricci

Domani a Roma la presentazione dell’ultima (e forse migliore) opera dell’artista italiano: nata da un fatto di cronaca, mette in scena il rapporto tra la vita privata e quella pubblica, partendo dalla caccia a “Bruno” nei boschi tra Italia e Germania

08 gennaio 2015

“Ho iniziato a scrivere e disegnare “La storia dell’Orso” alcuni anni fa” racconta Stefano Ricci, quando su alcuni giornali italiani, locali e nazionali, sloveni e poi anche tedeschi hanno cominciato ad apparire degli articoli che raccontavano di questo orso. Lo avevano chiamato Bruno, e nel 2006 (proveniente dal Trentino) girovagava nei boschi sul confine tra Baviera e Austria. “Tutto era andato bene fino a quando l’orso ha cominciato ad ammazzare delle pecore e attaccare degli alveari”. Sono stati ingaggiati dei cacciatori professionisti per abbatterlo. “Bruno si è trasformato così nella bestia nera, e questa sua condizione di essere un animale in fuga, braccato, mi ha colpito molto… ho desiderato seguirlo, stargli dietro e vedere che cosa gli succedeva”.

Storia Orso braccato. copertina

Il volume “La storia dell’Orso” (Quodlibet, 2014, pp. 432, € 28,00), uscito in libreria di recente in Italia, verrà presentato a Roma domani, 9 gennaio, alle 18.30, dal critico Goffredo Fofi e dallo Stefano Ricci presso la Libreria Ottimomassimo Stabile, in via L. Manara n. 17. È un’opera monumentale dalle immagini ipnotiche e piene di potenza, come sempre accade nel lavoro di Stefano Ricci. Colpisce come l’autore mette in equilibrio il rapporto tra la narrazione letteraria e la narrazione per immagini, creando una sorpresa ogni volta che si volta la pagina. Per via del formato del libro, quadrato, e per l’uso continuo del disegno a doppia pagina piena, abbiamo l’impressione di assistere a un film in formato panoramico. Ma l’impressione lascia presto posto alla felice complessità del linguaggio del fumetto, maggiormente efficace nella comunicazione su più livelli di senso.

I protagonisti della storia

La storia dell’orso Bruno in fuga evolve verso direzioni che non ci aspettiamo. La linea narrativa si moltiplica in più linee narrative. Prende piede il racconto del ragazzo che presta servizio civile sulle ambulanze (altri non è che l’autore del libro, che nella storia dell’orso individua elementi paralleli alla propria vita e ai ricordi del padre) delineandosi in fretta la sua storia d’amore con “stellina” Anke. C’è spazio per altri personaggi, e altre storie si presentano sotto forma di confessione o sfogo e che in un primo momento parrebbe c’entrassero poco con tutto il resto, solo per poi fondersi e amalgamarsi in un unicum di arte sequenziale raffinata. 

Il disegno di Ricci si fa spesso forma materica, monumenti e sculture imprigionate nelle forme a due dimensioni, senza mai abbandonarsi alla staticità. È la tensione del movimento a rendere tutto più che vitale. Le strade e i paesaggi sotto la neve, i percorsi nei boschi con i suoi intrecci di arbusti e rami, ci fa pensare più che ad un on the road, a un on the woods di rara bellezza. Il bianco e nero del disegno ricerca in modo insistente e instancabile la luce, attraverso i riflessi e le ombre, dandoci l’impressioni di sapere quasi esattamente ad ogni tavola in che ora ci troviamo, a che altezza è il sole. Tutto ciò ci fa sbalordire davanti a tanta maestria.

Stefano Ricci con “La storia dell’Orso” ci offre un alto esempio della sua bravura, probabilmente la sua migliore opera. E ci fa pensare che se l’artista non è chiuso nelle sue quattro mura, se è attento a ciò che lo circonda, come in questo caso, sempre curioso e sempre dedito alla ricerca personale come in questo caso, quello che andrà a produrre sarà sempre arte sociale a tutti gli effetti. Come in questo caso. Un libro che non passerà inosservato, da leggere e rileggere, da sfogliare e sfogliare ancora.

“Ho disegnato l’orso che veniva ferito come nella realtà - dice l’autore - ma in quel punto nel racconto ho prodotto come uno scarto rispetto agli articoli che uscivano, e in una condizione come quella di Sharazad in “Le mille e una notte”,mi sembrava che raccontandolo e disegnandolo potessi tenerlo vivo”. La migliore arte! (Luca Tortolini)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Arte

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