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Mirko Gadignani, uno chef tra i detenuti del carcere minorile di Bologna

Il cuoco del Bologna Football Club tiene un corso di cucina per i ragazzi del Pratello. “Mi piace aiutare i ragazzi che partecipano a trovarsi un lavoro una volta fuori". Tra gli alunni c'è anche un giovane senegalese: "È molto bravo, ha il permesso per uscire per andare a lavorare all’Antoniano"

21 gennaio 2015

BOLOGNA – Un corso di cucina per studenti molto particolari: i giovani detenuti del Carcere minorile del Pratello di Bologna. I piatti che vanno per la maggiore? Pasta, pane e pizza. Soprattutto pizza: “Quando la facciamo è davvero una festa”, spiega lo chef, pasticcere, cuoco del Bologna football club, Mirko Gadignani, tra i docenti del corso.
Già, perché Gadignani non si ‘accontenta’ di nutrire i campioni rossoblù. Vuole ancora di più, vuole offrire una seconda possibilità ai ragazzi del Pratello. “Ormai sono 3 anni che lavoro con loro, ma tutto è cominciato tempo fa”. Prima, con la collaborazione con un’azienda di ristorazione molto grande che offriva svariati tipi di corsi; poi con Fomal, la Fondazione opera Madonna del lavoro che propone scuola di cucina e attività di inserimento lavorativo per persone disagiate. Fomal cura anche il corso al Pratello: “Sono qui da 3 anni. Sono uno dei docenti e mi piace aiutare i ragazzi che partecipano a trovarsi un lavoro una volta fuori. Alcuni sono già pienamente inseriti: qualcuno lavora nelle mense, altri mi aiutano nella banchettistica. Compiti che possono tranquillamente affrontare anche con una preparazione non proprio approfonditissima: il corso è di formazione e vuole incentivare il recupero insegnando loro come muoversi in cucina, tutti il resto arriva piano piano”. 

Mirko Gadignani, chef
Mirko Gadignani, chef

Il corso si svolge in una cucina apposita: partecipano una decina di ragazzi (la metà dei detenuti totali: il Pratello a pieno regime ospita 22/23 persone), preventivamente selezionati. “Lavoriamo con i ragazzi più tranquilli: i ferri del mestiere possono essere anche molto pericolosi”. Lezioni tutti i giorni, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12, per un totale di 200 ore o anche di 500, a seconda del finanziamento che arriva: “Facciamo tutto quello che si fa fuori, preparazione e pulizia cibo, cottura, pulizie – a turno – incluse. Voglio trattarli bene, far loro mangiare cose buone. I pasti veicolati non sono esattamente ottimi: la ditta appaltatrice ha costi ridicoli, e va avanti a forza di carote lesse e pasta al pomodoro. E allora noi prepariamo le lasagne, la pizza”. Gadignani racconta che il 90 per cento dei ragazzi che prendono parte al corso sono sinceramente contenti, quelli che vengono ‘sollecitati’ un po’ meno. “Dopo le lezioni, mangiamo quanto cucinato. Purtroppo non possiamo condividere anche con gli altri ragazzi, per precise ragioni di sicurezza. Una pizza potrebbe scatenare un litigio, e non scherzo. Bisogna capire che la giornata di un detenuto – minore o adulto che sia – ruota attorno a 3 momenti: colazione, pranzo e cena. Il cibo gioca un ruolo fondamentale, non vanno sottovalutate le conseguenza della sua gestione”.

Oggi, tra gli alunni di chef Gadignani, c’è anche un ragazzo senegalese: “È molto bravo, ha il permesso per uscire per andare a lavorare all’Antoniano. Mi piacerebbe riuscire a portarlo con me allo stadio, quando lavoro per il Bologna. Non è facile, ma lui è pronto. E poi ad agosto sarà fuori, dopo avere scontato i suoi 18 mesi”. Giovani chef crescono. (Ambra Notari)

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