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Minori fuori famiglia. Dopo 5 anni in comunità, Jennifer aiuta i ragazzi come lei

Dalla Sardegna a Bologna per allontanarsi da un padre aggressivo e una madre che non era in grado di proteggere i suoi figli. Oggi ha 24 anni, una casa e un lavoro. “Grazie agli educatori sono una persona serena”, racconta nel suo intervento all’incontro bolognese di #5buoneragioni

29 gennaio 2015

BOLOGNA - Subire maltrattamenti, sentirsi soffocare, percepire gli adulti come estranei di cui non fidarsi, avere paura. Sono le sensazioni che molti ragazzi provano quando vivono in famiglie con problemi. Un dolore che ti porti dentro e a cui cerchi di dare una risposta da solo, in modi differenti, che finiscono spesso per trasformarti in quel “mostro” che ti ha divorata o nel lasciarti andare al vortice dell’ineluttabilità. Ma dal dolore se ne esce più forti se c’è qualcuno in grado di aiutarti. È la storia di Jennifer Zicca – intervenuta all’incontro bolognese di #5buoneragioni – che per 5 anni è stata ospite di una comunità per minorenni e che oggi a 24 anni ha una casa, un lavoro e un’esistenza più serena. La sua storia inizia in Sardegna dove viveva con i suoi genitori. Un padre aggressivo e dipendente dall’alcol e una madre incapace di proteggere i suoi figli. “I miei genitori litigavano tutte le sere – racconta Jennifer – molte volte mio padre tornava a casa ubriaco ed erano botte. Io cercavo di proteggere i miei fratelli. Sono la più grande. Molte volte ho urlato contro di loro chiedendogli di smetterla, di non comportarsi così. Ma era inutile”. Una sera i vicini sentendo urlare chiamano i carabinieri. Di fronte all’ennesimo rifiuto della madre di denunciare la violenza del padre qualcosa è scattato in quella ragazzina di 12 anni. “Non riuscivo più a dormire, avevo sempre paura – continua Jennifer – Prima di arrivare a denunciare i miei genitori ci ho impiegato tanto. Non è facile ci vuole tanto coraggio, alla fine però mi sono decisa”.

- Da allora è cominciato un percorso che l’ha portata oggi a dare una mano anche agli altri grazie all’associazione Agevolando realizzata da ragazzi ex ospiti di comunità. Dalla Sardegna Jennifer ha attraversato il mare per iniziare un periodo d’affido familiare con un suo parente a Bologna. “Sono rimasta due mesi con la mia madrina. Ma avevo bisogno d’aiuto ero chiusa in me stessa. Mi ero costruita un muro e non mi fidavo più di nessuno”. Così è stata inserita in una comunità, dove ha incontrato degli educatori che lentamente l’hanno accompagnata in un percorso fatto di ascolto e di sfogo personale, in cui sono riemersi quegli anni difficili. “Grazie a loro oggi sono una persona serena – dice Jennifer – e cerco di dare una mano a quei ragazzi che hanno vissuto la mia stessa esperienza. Quando guardo nei loro occhi vedo tutto ciò che ho passato io e posso capirli”.

Ma a soffrire non sono solo i figli. Anche i genitori che sono la causa di quei traumi soffrono per il distacco ma anche per loro esiste come tutti il modo di cambiare. Perché se è vero che l’interesse primario è quello di tutelare il minore è anche vero che cercare di riunire genitori e figli è il passo successivo. Infatti il lavoro dei servizi sociali non è mai rivolto solo ai più piccoli ma anche ai loro familiari. È il caso di Natasha, una madre di Bolzano che oggi vive con la figlia di 11 anni ma che fino a pochi anni fa poteva vedere solo una vota alla settimana e con la presenza di un’assistente. Un problema di dipendenza alle spalle e un matrimonio con un uomo violento. Per sfuggire alla violenza domestica lei scappa con la figlia e chiede aiuto a un centro antiviolenza. Ma il suo problema con l’alcol e l’incapacità nel prendersi cura di se stessa e della bambina spingono i servizi sociali a separare madre e figlia. Lei in una comunità e la piccola inserita in un percorso d’affido. “Ero in una comunità aperta – racconta Natasha – e potevo muovermi liberamente. Il mio problema con l’alcol peggiorava e di certo non mi avrebbe aiutato a ricostruirmi una vita con la mia bambina”. Poi il cambio, decide di rivolgersi a un assistente e inizia un percorso per risolvere il suo problema “Per più di 5 mesi non ho visto mia figlia – dice Natasha – Ho trascorso due anni in comunità. Poi grazie a loro sono riuscita a trovare lavoro e prendere una casa per conto mio. Dopo un po’ ho iniziato a vedere mia figlia più spesso fino a che non mi è stato detto che poteva trasferirsi da me. C’è sempre un educatore che viene a casa a vedere come viviamo. Oggi sono una persona felice”. (Dino Collazzo)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: #5buoneragioni , accoglienza, Minori fuori famiglia, Minori

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