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Dilaga l’ocean grabbing: così pochi predatori si sono impadroniti del mare

Alcune note imprese multinazionali, protette dall’assenza di norme chiare, stanno sfruttando intensamente le risorse marine mettendo in ginocchio i pescatori e le comunità locali. E danneggiando l’ambiente. Un dossier del mensile “Valori”

25 febbraio 2015

Non solo la terra, ora anche il mare diventa sempre più un affare privato. Dopo l'era del cosiddetto land grabbing (l'accaparramento di terreni soprattutto nei paesi poveri per la coltivazione intensiva e l'attività mineraria) sembra infatti scoccata quella dell'ocean grabbing, con speculatori sempre più attivi nello sfruttamento (spesso) insostenibile dei beni comuni marini e sottomarini. Tra pesca industriale e predatoria, acquacoltura intensiva e caccia all'energia racchiusa tra le onde dei mari, a patire sono le popolazioni locali che di mare vivono e l'ambiente, che rischia di perdere equilibrio e ricevere in cambio maggior inquinamento. Ciò mentre sono ancora tante, per fortuna, le esperienze di un rapporto ecosostenibile tra l’uomo e le acque che circondano i continenti. Del fenomeno si occupa il dossier a cura di Emanuele Isonio in copertina sul numero di febbraio di Valori, mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità.

Complice un quadro normativo confuso, gli oceani sono sotto attacco privando le comunità di pescatori di piccola scala dei loro mezzi di sussistenza, a causa diuneccesso di pesca determinato non dalla mancanza di diritti di proprietà sui mari, ma dalla cattiva gestione. "Fino all'80 % del valore del pescato, una volta scaricato a terra, mi serve a finanziare l'affitto della concessione di pesca. Non mi rimane alcun margine da reinvestire per modernizzare la mia barca. Intanto la maggior parte dei ricavi va a persone che con la pesca non hanno niente a che fare. Per quel che ne so, potrebbero vivere dall'altra parte del pianeta". A parlare nel servizio di “Valori” è Dan Edwards, un pescatore dell'isola canadese di Vancouver, testimone oculare di uno dei tanti effetti perversi dell'ocean grabbing: lontano dai clamori dei media, le mani di speculatori e imprenditori senza scrupoli stringono sempre più saldamente le risorse di mari e oceani. Il sistema è agevolato da un grave problema di regole che, quando esistono, sembrano pensate con l'unico scopo di arricchire poche imprese multinazionali.

I signori dell'oceano, finiti in un rapporto di Greenpeace, sono megapescherecci spesso appartenenti ad affaristi e imprese senza scrupoli. Da Odin della Unimed Glory, "mostro" svuotaoceani di proprietà della famiglia ellenica Laskaridis, alla dinastia olandese Cornelis Vrolijk che deve la propria fortuna alla pesca di sgombri; dagli spagnoli Albacora Uno e Albatum Tres fino a Baltlanta, proprietaria del megapeschereccio Kovas. Nel suo dossier Isonio sottolinea come essi "rappresentino una quota minima della flotta mondiale ma, con i loro metodi di pesca, sono i massimi responsabili dei danni alle specie marine".

Quali sono le cifre di questo progressivo ed inesorabile svuotamento degli oceani? Reti lunghe anche 600 metri, 350 tonnellate di pesce pescate in un solo giorno, tra 8 e 20 milioni di tonnellate di pesce scartato (quindi ributtato in mare morto) perché considerato di scarso valore commerciale. Numeri significativi soprattutto se paragonati alla realtà della piccola pesca che, per di più, consuma molto meno carburante e impiega oltre 12 milioni di persone nel mondo. Eppure i sussidi mondiali premiano chi è più insostenibile: ben 25 miliardi di dollari nel mondo, contro i 5 riservati ai piccoli pescatori.

"Continuando così - spiega Serena Maso, responsabile Mare di Greenpeace - interi ecosistemi marini sono a rischio. Già oggi su 97 stock ittici analizzati nel Mediterraneo, il 91 % è sovrastrutturato e in alcuni casi siamo oltre il punto di non ritorno. Al tempo stesso gli stock pescati in modo compatibile con la loro conservazione sono scesi dal 90% degli anni '70 all'attuale 70%. L'esigenza di un cambio di rotta è certa".

La seconda parte del dossier è incentrata sui danni alla salute che provocano le emissioni delle navi. L'International Maritime Organization (Imo), organizzazione mondiale che riunisce praticamente tutti gli stati costieri, ha stimato le ricadute di polveri sottili e ozono emesse dalle navi nei mari statunitensi e canadesi: tra 5 mila e 12 mila sono le morti premature, 6,5 milioni di episodi respiratori acuti, 4.600 bronchiti croniche e 8.400 ricoveri ospedalieri. Dati drammatici che vanno ad aggiungersi ai danni ambientali, per un costo economico notevole stimato, da uno studio commissionato qualche anno fa dal Parlamento Europeo, in 45,4 miliardi diviso tra i diversi mari che bagnano il continente.

Quali i possibili rimedi? Secondo il dossier di Valori, qualcosa si è già fatto, come la creazione di "aree speciali nei luoghi più a rischio, che impongono limiti più stringenti sulle emissioni e sul carburante utilizzabile". Un primo passo, ma non ancora soddisfacente. "La prova scientifica e sanitaria dell'esigenza di introdurre regole più stringenti non manca di certo - osserva Andrea Malocchi, autore dello studio dell'Europarlamento e ricercatore del centro di ricerca Ecba Project - ma è altrettanto evidente l'assenza di volontà politica, soprattutto dove il traffico è più intenso". Il risultato è desolante e scontato: il Mediterraneo, che pure è uno dei mari bisognosi di intervento, rimane fuori dalle Eca.

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