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Quei figli di emigrati italiani costretti a crescere come orfani al confine

Fino agli ’90 chi espatriava verso Germania e Svizzera non poteva portare i figli. O li teneva nascosti oppure, su segnalazione del ministero degli Esteri, li lasciava in vari orfanotrofi, soprattutto al nord. Spesso trattati malissimo. Le storie di Gianfranco, Fabrizio, Francesco, Giusy e Rino

09 marzo 2015

Gianfranco Greco ricorda bene il giorno in cui ha smesso di essere un bambino. Aveva otto anni e si era appena trasferito con la sua sorellina nell’istituto Alcide De Gasperi di Monte Bondone a Trento, gestito dai padri cappuccini. Quella notte lo hanno lasciato per ore in ginocchio finché non ha perso i sensi.Doveva essere punito per aver scherzato con il suo compagno di stanza dopo l’ora di cena. Come Gianfranco, intere generazioni sono cresciute in quelli che fino alla fine degli anni ‘90 venivano chiamati “orfanotrofi di frontiera”, collegi che ospitavano i figli degli italiani emigrati in Svizzera e in Germania. Una scelta obbligata per molte famiglie.

Istituto di Monte Bondone a Trento (foto di Marisa Labanca)
Orfanotrofi 6

Fino al 1996 la legge elvetica, infatti, non permetteva agli stranieri che avevano un permesso di soggiorno stagionale di portare con sé i loro piccoli. I genitori li facevano entrare clandestinamente in Svizzera ma poi erano costretti a nasconderli in casa: centinaia di bambini italiani hanno trascorso la loro infanzia senza vedere la luce del sole, senza frequentare le scuole. Hanno vissuto come Anna Frank, con la paura che da un momento all’altro li avrebbero denunciati e allontanati per sempre dalla loro famiglia. L’alternativa era mandarli in questi orfanotrofi.

Archivio istituto di Monte Bondone a Trento (foto di Marisa Labanca)
Orfanotrofi 13

In Germania, invece, i bambini stranieri o quelli che avevano ritardi mentali erano obbligati a frequentare la sondershule, una scuola di scarsa qualità e con programmi di studio basilari. Un sistema, quello tedesco, che ancora oggi relega gli allievi che alle elementari hanno difficoltà in istituti speciali. Per garantirgli un futuro, i genitori li facevano studiare in Italia. E’ così che sono nati i collegi di Trento, Domodossola, Ripatransone, Ala, Intra, Varese, Osimo e tanti altri. Sorgevano soprattutto al nord, erano finanziati dallo Stato e gestiti da religiosi. Per ogni studente il ministero degli Esteri pagava in media 6.000 lire al giorno negli anni Sessanta e 12.000 lire negli anni Novanta, ma la cifra poteva variare. Era l’ambasciata italiana a mettere in contatto i nostri emigranti con queste strutture. La Farnesina non è in grado di stabilire con esattezza quanti bambini in quasi quarant’anni abbiano vissuto negli orfanotrofi di frontiera. Si calcola però siano stati migliaia.

Archivio istituto di Monte Bondone a Trento (foto di Marisa Labanca)
Orfanotrofi 18

“I miei genitori mi hanno mandato a Trento per darmi un avvenire migliore. E’ stata una decisione sofferta, non li incolpo per questo. Mia madre quando ha saputo come ci trattavano è stata malissimo, mio padre non sapeva come scusarsi”, racconta Gianfranco che oggi ha 36 anni ed è manager di una ditta tedesca. L’istituto di Monte Bondone ospitava più di 100 bambini dai 6 agli 11 anni. Insieme a Gianfranco, c’era anche Francesco Condo, 34 anni: “Se non mangiavamo o se sbagliavamo i compiti, le assistenti e alcuni padri ci davano schiaffi e pugni. Spesso per castigo ci lasciavano in ginocchio in mutande nel corridoio dove dormivano le bambine. Sento ancora il dolore alle ossa. Una volta non mi hanno dato il permesso di andare in bagno e mi sono fatto la pipì addosso. Sono ricordi che fanno male anche se ho cercato di dimenticare”.

Rino Catanese, 35 anni, da piccolo era considerato un bambino difficile. “I miei mi hanno portato in Germania, ma io odiavo stare lì. Marinavo la scuola e frequentavo ragazzini più grandi di me. Con loro andavo a rubare. Così, quando ho compiuto 8 anni, mi hanno mandato a Trento. Ricordo che uno dei padri ci picchiava con le nocche delle dita sulla testa. La sera ci davano da mangiare solo una tazza di latte e un pezzo di pane. Non potevamo dire nulla ai nostri genitori perché un’assistente ascoltava le nostre telefonate”. Oggi l’istituto non esiste più, ha chiuso nel 1997 e l’edificio è stato completamente devastato dai vandali. Padre Giorgio Valentini, uno dei sacerdoti che gestiva il collegio, e l’ex direttrice Angela Angiola non vogliono parlare né ricordare quegli anni. Negano, però, di aver mai alzato le mani sui bambini. “Abbiamo cercato di offrirgli il meglio che potevamo ed erano seguiti in tutto”, afferma Padre Giorgio.

Archivio istituto di Monte Bondone a Trento (foto di Marisa Labanca)
Orfanotrofi 19

Oltre a Monte Bordone, esistevano altri istituti. “La casa del fanciullo” a Domodossola accoglieva più di 200 ragazzi dai tre ai 18 anni. “Se penso a quel periodo, ho solo tanta tristezza”, racconta Fabrizio Di Berardino, 45 anni. “Soffrivo la lontananza dai miei genitori. All’età di 8 anni mi hanno permesso di prendere il treno da solo per arrivare in Svizzera e trascorrere la domenica con loro. Accompagnavo anche i bambini più piccoli. Il momento più difficile era quando dovevo salutare la mia mamma e il mio papà. Cercavo di trattenere le lacrime perché non volevo che soffrissero, sapevo che stavano facendo dei sacrifici. Poi però appena salivo sul treno piangevo”.

“Il giorno più brutto della settimana”, continua Fabrizio, “era il giovedì quando ci riunivamo nel teatro del collegio e il direttore, padre Michelangelo, se ci eravamo comportati male, ci picchiava davanti a tutti con calci e schiaffi. Non sapevi come difenderti. Vivevo con la paura di essere menato dalle suore, dai sacerdoti e dai ragazzini più grandi di me. Eravamo così arrabbiati e infelici. Capitava anche che te la prendevi con quelli più piccoli”. Anche “La Casa del Fanciullo” oggi non esiste più. Maria Angela Muggetti, 77 anni, segreteria della parrocchia, conserva ricordi diversi: “Erano dei ragazzi difficili, a volte il direttore gli dava dei colpi con la corda dell’abito sulle gambe, ma niente di più”.

Bambini dell’istituto di Ripatransone (foto di Gianfranco Greco)
Orfanotrofi 22

Tutt’altra storia nell’istituto di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, come spiega Gianfranco che ha frequentato lì le medie: “Ringrazio Dio per gli anni trascorsi al collegio delle suore teresiane. Suor Luigia, la nostra responsabile, era una mamma per noi. Quando posso la vado a trovare. Ha addirittura comprato un pulmino per accompagnarci a scuola calcio e in piscina. Avevamo una bicicletta in cento, ma non litigavamo mai e cercavamo di aiutarci tra di noi”. Anche Giusy Fragapane, 39 anni, ricorda quel periodo con nostalgia: “Sentivo la mancanza dei miei genitori che erano in Germania ma le suore non ci hanno fatto mancare nulla. Quando sono diventata più grande non mi facevano truccare o indossare le minigonne, però ogni mese organizzavano delle gite in tutta Italia e ci aiutavano a studiare. Con gli altri bambini sono nate delle amicizie che durano ancora. Quegli anni mi hanno permesso di diventare la donna e la mamma che sono oggi. Mi hanno fortificata”, racconta Giusy che ora lavora in una fabbrica a Stoccarda. Ogni estate, i bambini dell’istituto venivano accompagnati in Germania per trascorrere tre mesi con i genitori. Suor Luigia ricorda: “Volevamo bene ai nostri ragazzi anche se alcuni ci hanno dato filo da torcere. Quando abbiamo chiuso per noi è stato un trauma”.

Solo l’altro ieri gli stranieri da cacciare erano Gianfranco, Francesco, Giusy e tutti gli altri bambini italiani cresciuti come orfani anche se avevano dei genitori che li amavano. “Questi istituti sono nati con uno scopo buono. E se non avessi studiato lì, oggi non potrei garantire un avvenire ai miei figli”, afferma Rino, padre di tre bambini. “Ma certe cose non le superi, te le porti dentro e impari a conviverci giorno dopo giorno”. (Maria Gabriella Lanza)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Svizzera, Orfanotrofi, Germania, Italiani emigrati, Minori fuori famiglia, scuola

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