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"Montedoro", dall'America alla Basilicata per cercare le origini

Opera prima di Antonello Faretta, giovane regista lucano, il film è la storia di una donna americana che scopre inaspettatamente le sue origini e intraprende un viaggio alla ricerca della madre biologica. Arriverà in un borgo abbandonato nel Sud Italia. In anteprima all’Atlanta Film Festival il 28 marzo

22 marzo 2015

- ROMA - Craco sorgeva sul cucuzzolo di una collina di creta, nello splendido scenario dei calanchi lucani. Oggi è conosciuto come ‘il paese fantasma’ dopo che una frana, nel 1963, l’ha distrutto. Il nuovo centro, Craco Peschiera, è sorto a valle. Ma alcuni crachesi, una ‘comunità resiliente’, si sono spostati dall’altro lato della montagna: una decina di case raccolta sotto al nome di Craco Sant’Angelo. È questa la location scelta da Antonello Faretta, giovane regista potentino, per il suo primo lungometraggio, ‘Montedoro’. Non solo: Craco è anche – e soprattutto – uno dei due motivi che ha portato alla nascita del film. L’altro è la protagonista, Pia Marie Mann. “Conoscevo Craco perché vi girai uno dei capitoli dei ‘Nine Poems in Basilicata’, poetry film su 9 differenti poemi scritti e interpretati dall’artista italo-americano John Giorno, tra i massimi esponenti della beat generation. Misi quel capitolo su Internet, e diversi anni dopo mi contattò un membro della Craco Society di New York, un’associazione di circa 700 persone tutte discendenti di Craco. Mi disse che con molti di loro stava organizzando un viaggio proprio in Basilicata, per ricongiungersi al loro paese d’origine: Craco, un villaggio totalmente abbandonato con le sue radici oltreoceano. Così mi sono imbattuto nella storia di Pia Marie Mann”.

La donna, allora 63enne, nata a Craco, a 4 anni venne data in adozione a una famiglia americana: quel viaggio in Italia, per lei, avrebbe rappresentato un ritorno alle origini. Scelse di tornare per ritrovare la madre biologica: “Decisi di seguirli, per documentare il loro incontro con le macerie di quel paese che nel film abbiamo battezzato Montedoro”. Dopo quell’esperienza, Faretta rimane 7 anni a Craco, per raccogliere il materiale per il lungometraggio che, nel frattempo, aveva preso corpo nella sua testa: “Ho chiesto aiuto per reperire vecchi filmati per ricostruire la vita nel paese prima della frana. Ne ho trovati tanti, dal 1929 al 1963, incluso l’ultimo filmato girato a Craco quando ancora c’era vita. Nel film, parto dall’identità personale per arrivare al sentimento, ai volti, alla vita di questi luoghi. Perfetto esempio del nostro presente franato”.

Il film racconta proprio il viaggio di Pia verso il piccolo e remoto paese dell’Italia del Sud in cui è nata, Montedoro. Il desiderio della donna è riabbracciare la madre naturale mai conosciuta. Arrivata, scopre un borgo abbandonato e, grazie all’incontro casuale con alcune persone misteriose, compirà un affascinante viaggio nel tempo e nella memoria arcaica di quei luoghi, ricongiungendosi con gli spettri di un passato sconosciuto ma che le appartiene. “La famiglia newyorchese che ha cresciuto Pia l’ha fatto quasi cancellando le tracce del suo passato. Un passato ingombrante, fatto di violenze e soprusi subiti dalla madre biologica. Oggi lei è morta, e Pia non ha avuto la risposta che aspettava: perché è stata data in adozione? Perché la madre si vergognava o perche voleva salvarle la vita? Io credo che l’abbia salvata. Quelle terre sono primitive e arcaiche, chi è restato ha sviluppato un legame molto più profondo con gli spazi brulli e selvaggi che con le persone”.

Gli altri personaggi che popolano il film hanno preso vita dai tanti filmati raccolti dal regista: “Una sorta di ‘Spoon River’. Sì, perché per censire la comunità di riferimento mi sono fatto aiutare dal cimitero sulla collina. Con me, c’era un angelo, Anna, una donna della comunità resiliente. Io scattavo foto alle tombe e lei mi raccontava chi fossero state queste persone. La storia di Pia si innesta su questo ordito”. Sulla sua strada, per esempio, Pia incontra un pastore e due donne vestite di nero, due figure ancestrali; “le ‘beghine’, le ‘masciare’, per me una sorta di oracolo: donne che vivono nella ripetizione dei gesti, senza che la modernità le abbia toccate, che passano le giornate al cimitero a prendersi cura dei defunti. Quell’incontro è realtà o immaginazione? ‘Montedoro’ cammina sul confine. Anche perché il cinema è sempre un atto di finzione totale”.

Il Sud che Faretta racconta nel suo film è arcaico, magico, archetipico. Ma fatto di macerie: “Oggi è collassato tutto, e non lo dico per essere apocalittico. Il bello oggi è il brutto, la verosimiglianza si confonde con la finzione. Dobbiamo recuperare il nostro legame con il passato e da lì ripartire: dobbiamo rattoppare, rammendare, ricucire. Una buona fetta di registi sta lavorando sulla memoria, perché è attraverso il passato che possiamo reagire all’orrore del presente, nel quale non siamo più nemmeno capaci di immaginare un futuro”. Antonello Faretta riscontra la necessità di persone ‘che facciano’, in grado di setacciare quel magma di parole che è l’oggi per cominciare ad agire: “In questo mi sento molto contadino. E oggi c’è un enorme bisogno di contadini”. Poi, apre una riflessione sulla questione meridionale: “Da quando se ne è cominciato a parlare non è cambiato nulla. Ci sono tanti problemi atavici, uno su tutti il familismo, il più grande limite del Sud. La Basilicata è una delle regioni più ricche d’Europa – grazie al petrolio –, ma è anche quella che conta più migranti”.

Secondo il regista, nel Mezzogiorno qualcosa è rimasto intatto, qualcos’altro è cambiato: l’interpretazione dei sassi di Materia, per esempio, dopo la nomina del capoluogo lucano a Capitale europea della cultura 2019. “Prima erano considerati brutti, oggi belli. Matera è un perfetto connubio tra passato e presente: ti affacci dalla camminata di Gravina e vedi il pastore con le pecore. Poi, volgi lo sguardo verso il centro della città e lo vedi vivere di servizi e iniziative. Occasioni come l’elezione a Capitale della cultura devono essere impiegate favorevolmente, essere ‘partecipate’. Matera non deve diventare Disneyland, ma presentarsi come luogo di resilienza dove archetipo e modernità convivono”.  

‘Montedoro’ sarà proiettato in anteprima il 28 marzo all’Atlanta Film Festival: “Siamo partiti da un sud e arrivati a un altro sud, quello degli Stati Uniti. Sono felice di esordire lì, la città di Martin Luther King. Per me questo iter è simbolico. Certo, un po’ di amarezza rimane: un Paese come l’Italia dovrebbe incentivare il lavoro di un giovane cineasta alla sua opera prima, ma pazienza”. Poi, confessa di avere in mente un futuro impegnativo per il suo film: un tour mondiale della memoria, che faccia tappa nelle città punto di arrivo o di partenza di migrazioni e in quelle che dalle macerie sono state costrette a ripartire: “Penso a New York e alle Torri Gemelle, penso a Berlino e al suo Muro”. (Ambra Notari)

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Tag: Montedoro, Basilicata, Famiglia

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