:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Le famiglie che adottano i malati mentali: “scelta che migliora la vita”

Sono centinaia le persone con disturbi psichici che dal 1997 sono stati coinvolti nel progetto Iesa (Inserimento etero familiare supportato di adulti). Le famiglie ricevono dai 300 ai 1.300 euro al mese, mentre lo stato ne spenderebbe 5.400. E ora si punta ad allargare ad altri disagi

23 marzo 2015

Quando nel 1997 Lido è arrivato a casa della signora Enrica Picchi non immaginava che sarebbe rimasto lì per sempre. Dopo aver trascorso 40 anni nel manicomio di Maggiano a Lucca, non ricordava neanche cosa significasse avere una famiglia. All’epoca Enrica era una mamma di tre figli che abitava vicino alla struttura ospedaliera. “Uno dei medici ci ha chiesto se volevamo accogliere Lido e noi abbiamo detto di sì. Avevo appena perso mio padre e ho pensato che lui potesse diventare un nonno per i miei figli”, racconta. È cosi che le loro strade si sono incontrate.

Come Lido, in Italia centinaia di persone con disagio mentale hanno trovato una famiglia grazie allo Iesa, inserimento etero-familiare supportato di adulti, un progetto che prevede l’accoglienza in casa di pazienti in cura nei centri di salute mentale.

- “All’inizio non è stato facile”, spiega Enrica. “Lido, che oggi ha 88 anni, si alzava alle 4 del mattino e svegliava tutti. Non si fidava, ci chiedeva: ‘ma io posso rimanere qui?’. Anche noi non sapevamo come si sarebbe comportato, quali reazioni avrebbe avuto. Col tempo però è diventato una persona di famiglia. I miei nipoti sono cresciuti insieme a lui. È stata una esperienza importante per loro perché hanno conosciuto una realtà fragile e hanno capito che tutti abbiamo diritto ad essere accettati per quello che siamo”.

Il primo a introdurre lo Iesa in Italia è stato il dottor Gianfranco Aluffi, responsabile del servizio a Torino. Era il 1997 quando ha dato vita al progetto insieme a una équipe di professionisti che ancora oggi garantiscono a chi intraprende questo percorso un supporto 24 ore su 24. “Noi chiediamo alle famiglie di fare le famiglie, di restare se stesse, di aprire il loro cuore e la loro casa a qualcun altro. Non devono sostituirsi agli operatori e ai medici. La differenza è proprio questa: tramite lo Iesa si cerca, come diceva Franco Basaglia, di reinserire la persona con disagio psichico nella società”, spiega Aluffi, autore del libro “Famiglie che accolgono. Oltre la psichiatria”. Oggi lo Iesa è presente in Veneto, Sardegna, Puglia, Emilia Romagna, Lombardia, Umbria, Marche, Toscana e Abruzzo.

“Quello che fa migliorare i pazienti è il lato umano di persone che non indossano il camice bianco, non li guardano dall’alto verso il basso ma sono al loro stesso livello. Nelle strutture dove hanno vissuto non uscivano per mesi e stavano a contatto solo con altre persone sofferenti”. È stato accertato che per i malati psichiatrici che hanno intrapreso la convivenza in famiglia i ricoveri sono diminuiti e i dosaggi dei farmaci dimezzati.

Chi accoglie un paziente riceve un assegno che va dai 300 ai 1.300 euro al mese. “I soldi servono per mantenere l’ospite in tutto, dalle visite mediche al cibo, ai vestiti. L’aspetto economico è una motivazione in più ma non può essere quella principale. Non affidiamo i nostri pazienti a chi vuole guadagnare con la vita dei malati”. Per una persona che vive in una struttura psichiatrica lo Stato paga anche 180 euro al giorno, 5.400 al mese. “Con questa cifra riusciamo ad avviare anche sette progetti”.

L’obiettivo di Aluffi e della sua equipe è di estendere lo Iesa anche ad altre tipologie di persone: “stiamo portando avanti dei progetti con anziani, pazienti oncologici, con disabili che dopo la morte dei genitori si ritrovano soli. Abbiamo anche avviato delle convivenze con persone uscite da un ospedale psichiatrico giudiziario e con chi ha dipendenze. Stiamo molto attenti in questi casi: chi è violento o pericoloso non partecipa al progetto. Ma è veramente molto raro. Ci sono tanti falsi miti su questo argomento: il tasso di distribuzione di criminalità nelle popolazione psichiatrica è uguale a quello della popolazione generale”.

Dal 2007 lo Iesa è arrivato anche a Bologna. La psichiatra Sandra Conti, responsabile del progetto racconta: “L’obiettivo è quello di aiutare i nostri pazienti ad avere una vita normale, farli diventare autonomi. Ci sono giovani che hanno trovato un lavoro e oggi vivono da soli. Quello che ci auspichiamo sempre è che si crei un legame affettivo tra ospite e ospitante. Nella maggior parte dei casi questa magia accade”.

Una magia che si è ripetuta anche tra Simona, una mamma di Bologna, e Roberto, un paziente psichiatrico di 62 anni. “Quante volte amici e parenti mi hanno detto che vivere con una persona sconosciuta e per giunta che aveva problemi mentali era una vera pazzia! La cosa più difficile è stata proprio sopportare i giudizi degli altri”, racconta Simona. “Forse non ero totalmente consapevole di quello che mi aspettava, ma è stata una scelta che mi ha cambiato la vita”.

“La convivenza i primi mesi è stata uno shock. Roberto aveva paura del contatto, si vestiva con due camicie e due maglioni anche d’estate. Tutto quello che era tecnologico lo spaventava. Non toccava neanche il telecomando. Oggi mette i bermuda e ha anche un cellulare. Non mi aspettavo che una persona che non è mia consanguinea potesse entrare così profondamente nella mia vita e suscitare in me un amore filiale. E’ un grande regalo”.

La pensa così anche Enrica Picchi: “E’ naturale che ci sono stati dei momenti in cui abbiamo pensato di aver fatto la scelta sbagliata. Io e mio marito ci chiedevamo se stavamo sacrificando la famiglia, se era la cosa giusta per i nostri figli. Poi sono arrivate le prime conquiste che ci hanno riempito di soddisfazione: Lido ha imparato a non svegliarci la notte, a mangiare ai nostri orari, a lavare i piatti, buttare l’immondizia. Sono piccoli gesti che per noi hanno significato tanto”.

Enrica ha fondato l’associazione Ada, accoglienza disagio adulti, che aiuta e supporta le 40 famiglie che a Lucca hanno intrapreso questo percorso. “Bisogna capire che non si può fare questa scelta per soldi: è qualcosa che cambia profondamente il tuo modo di essere e quello degli altri, occorre mettersi in gioco totalmente. Non so come sarebbero state le nostre vite senza Lido. Forse più tranquille e più facili, ma sicuramente anche più vuote”. (Maria Gabriella Lanza)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Manicomio, accoglienza, psichiatria, Famiglia, Dipendenze, Disabili, Salute mentale, Anziani, Volontariato, Dopo di noi, Adozioni, Opg

Stampa Stampa