:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Bambino con autismo allontanato dalla mamma: “Non gli dava la terapia”

La separazione è stata disposta dal Tribunale dei minorenni di Trieste. Il padre, rifugiato politico curdo, è stato allontanato dai figli lo scorso giugno. Per il giudice, la mamma avrebbe sottovalutato le problematiche del figlio. Ma lei si difende: “Interrotto un percorso che stava dando frutti”

04 aprile 2015

ROMA – Sono ormai 3 mesi che A. non vive più con la mamma. Il 29 dicembre sono arrivati in 9, tutti in borghese, per portarlo via, com'era previsto dal decreto del Tribunale per i minorenni di Trieste. La mamma, S., non era stata avvertita. “Mi hanno consegnato il decreto ed hanno imposto il trasferimento del bambino presso la comunità GB – racconta - Se avessi saputo in precedenza del decreto, avrei accompagnato personalmente  mio figlio, per ridurre l’impatto psicologico su di lui”. Impatto psicologico che, per A., è stato particolarmente grave: il bambino, 9 anni, ha infatti un disturbo dello spettro autistico.  Oggi, a tre mesi dalla separazione, le sue condizioni sono anche peggiorate e perderà, quasi certamente, l'anno scolastico. Alla base della decisione del giudice, ci sarebbe l'inadeguatezza delle cure e dell'assistenza fornite dalla mamma al ragazzo. 

Un decreto ingiusto e l’autismo sottovalutato. Un'accusa che però la mamma respinge al mittente, per difendersi e illustrare, nei minimi dettagli, la propria versione dei fatti. E così ricorda quella triste mattinata di fine anno: “Sono arrivati senza alcun preavviso la mattina del 29 dicembre intorno alle 9, quando i bambini, che erano in vacanza dalla scuola, si erano appena svegliati ed eravamo in pigiama, intenti a consumare la colazione. Abbiamo sentito suonare forte e a lungo il campanello: quando ho aperto la porta – riferisce - sono entrati in  casa senza dire nulla e senza mostrare nessun documento di riconoscimento. L’irruzione mi ha spaventato, anche perché di tutte quelle persone conoscevo appena soltanto un’assistente sociale”. Di fronte a quel decreto che ha subito trovato ingiusto , “mi sono fatta forza e - continua la mamma - ho collaborato meglio che potevo, per non traumatizzare il bambino: l’ho convinto a vestirsi e gli ho spiegato che sarebbe andato un po' di giorni in colonia, in un bel posto per le vacanze. Ho poi accompagnato A. io stessa, insieme al fratellino di sette anni ed allo psicologo Rocchetti, che segue A. quotidianamente da circa 4 mesi, con un programma di educazione speciale per bambini con disturbo dirompente del comportamento”. Arrivati alla comunità, “ho  dato ogni istruzione possibile alle suore che hanno preso in consegna il bambino: non mi sono sembrate essere al corrente della sua patologia e della nostra problematica familiare”, racconta ancora S. 

Il papà, rifugiato curdo. Ma perché il bambino è stato portato via alla mamma? Quali sono le ragioni di questa separazione? La storia è lunga e complicata: i due bambini sono stati accuditi e curati solo dalla mamma, in questi ultimi anni: il padre, rifugiato politico curdo, nel giugno 2014 era stato allontanato dalla famiglia, su disposizione del Tribunale dei minorenni di Trieste. Il seguito, lo racconta la mamma, nella risposta al decreto del Tribunale, in cui affronta le  principali questioni della vicenda: sanità, scuola e servizi educativi. 

Sanità. Il decreto, innanzitutto, mette sotto accusa “la difficoltà della madre a favorire i rapporti tra i servizi referenti aveva contribuito alla decisione di chiudere l’intervento terapeutico con A. e la perplessità della medesima genitrice a fare riferimento al Dr. Skabar dell’Irccs Burlo Garofalo, attesa la sua contrarietà alla somministrazione di un farmaco neurolettico al figlio invece prescritto dal medico in precedenza”. La decisione della mamma, però, deriverebbe dalla grave inadeguatezza della terapia prescritta dallo stesso Skabar, a base di risperidone. Terapia che avrebbe avuto pesantissime conseguenze sulla salute psichica del bambino, rendendo la sua condotta sempre più pericolosa. “Verso la fine agosto – racconta la mamma - ha iniziato a correre verso le finestre di casa (quarto piano) sulle quali poi si arrampicava stando coi gomiti sul davanzale e sporgendosi col capo verso il vuoto: io lo tenevo per il bacino, e dovendo contrastarlo suscitavo le reazioni aggressive verso di me. La maestra di vela ha dovuto cessare a fine agosto l’attività, perché A. non rispondeva più ai richiami, si allontanava in mare aperto e una volta si era avvicinato pericolosamente ad un traghetto”. Di fronte all'ostinazione di Skabar nel voler continuare comunque la terapia, la mamma del bambino si è rivolta al pediatra della Asl e all'Irccs La Nuova Famiglia di Udine, che hanno gradualmente interrotto la somministrazione di risperidone e cambiato quindi la terapia del bambino. 

Scuola e servizi educativi. Un'altra accusa che viene rivolta alla mamma è quella di non aver favorito l'inserimento scolastico del figlio. Anche da questa, la donna si difende: A. avrebbe infatti incassato una serie di rifiuti da parte delle scuole, per via della sua condotta aggressiva. Nell'ultima scuola in cui l'inserimento è stato tentato, “la dirigente mi ha esplicitamente detto che se avessi portato ancora A., avrebbe chiamato il 113 e il 118 e mi ha praticamente imposto di formulare una domanda di educazione parentale”. Nella vicenda scolastica di A., si inseriscono poi una serie di lentezze burocratiche, che hanno determinato la difficoltà e poi l'impossibilità di un inserimento: primo,  il rifiuto, dal parte della Asl, della certificazione in base alla 104 e la conseguente impossibilità di avere un insegnante di sostegno. Secondo, l'inerzia del servizio sociale del comune, cui la mamma si era rivolta per avere un educatore scolastico per A. Nulla però era stato fatto. “Sono gli uffici pubblici competenti che hanno sottovalutato la problematica di A. – commenta quindi la mamma - e non certo io, come il decreto scrive”. Il percorso di istruzione domiciliare è stato quindi affidato allo psicologo Giorgio Rocchetti, che ha seguito A. da subito nell’intento di riportarlo a una situazione compatibile con il reinserimento scolastico con un programma di educazione speciale per bambini come lui, ed ancora l’ha seguito quotidianamente per 4 ore fino al giorno fino al 29 dicembre, data del prelevamento”, racconta la mamma. Successivamente, grazie all'interessamento di Carlo Hanau, che “dirige da 5 anni un master sull’autismo presso il dipartimento di educazione e scienze umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia”, l'Ufficio scolastico regionale si è attivato nella ricerca di una scuola disposta ad accogliere A., trovandone finalmente una, che ha accolto A. in modo adeguato, insieme allo stesso Rocchetti, a partire dal 10 dicembre scorso, con un piano di inserimento graduale che ha dato ottimi risultati.”, assicura la mamma. Peraltro, essendo nel frattempo stato revocato al padre di A. il divieto di avvicinamento al figlio, grazie sempre all'aiuto di Rocchetti si è costruita e consolidata l'abitudine di far accompagnare il ragazzo a scuola dal papà. Insomma, tutto stava procedendo nel migliore dei modi, fino al 29 dicembre, giorno in cui il programma è stato improvvisamente interrotto, il bambino è stato trasferito in comunità e, stando a quanto la mamma riferisce, i buoni frutti del lavoro fatto negli ultimi mesi si stanno rapidamente perdendo. 

Tre mesi dopo. A tre mesi dalla separazione dal contesto famigliare, A. è regredito: è quanto riferiscono l’avvocato che, nel frattempo, sta assistendo S., ma soprattutto gli operatori che lo conoscono da tempo. “A. è ‘parcheggiato’ nella struttura, sorvegliato più che sostenuto e perderà l’anno scolastico, perché nella maggior parte delle materie risulta non valutabile”, riferisce la mamma. Non solo: nel frattempo, riferisce l’avvocato che assiste la mamma, “due educatrici sono inviate tutti i giorni a casa per osservare il comportamento della madre nei confronti dell’altro figlio, più piccolo, con l’evidente compito di accertare la sua idoneità di figura materna anche nei confronti del bambino minore, con la minaccia di toglierle anche lui”. La richiesta della mamma, tramite l’avvocato che la sta assistendo, è quindi che, “previa urgente audizione del minore, il provvedimento di collocamento extrafamiliare sia revocato e che il figlio torni in famiglia nelle forme e nei tempi meno traumatici possibili da concordarsi”. (cl)                      

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Psicofarmaci, Autismo

Stampa Stampa