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"Torri, checche e tortellini": storia del primo centro Lgbt italiano

Firmato dal regista Andrea Adriatico, sarà presentato in anteprima il 3 maggio al Gay&Lesbian Film Festival di Torino. Un viaggio nella Bologna degli anni ‘80 e ‘90, a partire dal Cassero di Porta Saragozza

21 aprile 2015

BOLOGNA – Il brano portante della colonna sonora è ‘Bologna’ di Francesco Guccini, scritta nel 1981, manifesto di una città gaudente, impegnata a risollevarsi dopo i durissimi momenti vissuti nel ’77 e dopo la strage dell’agosto 1980. “È proprio quella la fotografia che ho voluto dare di Bologna in ‘Torri, checche e tortellini’”: a parlare è Andrea Adriatico, regista teatrale e cinematografico, aquilano ma bolognese – e romano – d’adozione. ‘Torri, checche e tortellini – appunti per una storia senza storia dell’omosessualità del ‘900’ è il suo secondo documentario (il primo, del 2010, è ‘+o- il sesso confuso. Racconti di mondi nell’era Aids’): ricostruisce la storia novecentesca del Cassero allora in Porta Saragozza, il primo centro Lgbt italiano.

Torri, checche e tortellini documentario lgbt

Il 26 giugno 1982 il cassero di Porta Saragozza viene concesso dall’allora amministrazione cittadina – primo caso in Italia – al ‘Circolo di cultura omosessuale 28 Giugno’ (nato nel 1978): da quell’edificio di proprietà pubblica sventolò per la prima volta, legittimamente, la bandiera Lgbt. Lì, nel 1985, nacque l’associazione nazionale Arcigay. “La scelta dell’amministrazione fu anche impopolare: ma la politica scelse, prese una posizione rispetto alla società, cosa che oggi assolutamente non fa”, commenta Adriatico. Una struttura dedicata alla Madonna di San Luca, protettrice della città: durante i 25 anni di permanenza dell’associazione omosessuale, la processione dei fedeli verso il Santuario che si tiene ogni anno a maggio per protesta non sostò, come da tradizione, nei pressi della porta. “Quella era una Bologna avanguardista: posizionare il centro gay in una struttura legata alla religione fu una scelta coraggiosa, ma chiara e vigorosa. Furono tante le persone che difesero il Cassero dagli attacchi della Chiesa”. Nel 2001 Arcigay e Cassero si sono spostati in nuova sede, presso l’ex Salara, in via Don Minzoni. Oggi l’edificio in Porta Saragozza ospita il Museo della Vergine di San Luca: prima di diventare circolo gay, fu anche sede del partito fascista, prima, e circolo Arci, poi.

Nel film di Adriatico, testimonianze, fotografie, immagini si fondono per rappresentare la città che fu. Voci di quel tempo, dei politici che la vissero: assessori, come Walter Vitali e Sandra Soster; i primi presidenti del circolo, come Marco Barbieri, Beppe Ramina, Diego Scudiero. E poi giornalisti e intellettuali: tutti hanno partecipato con grandissimo entusiasmo: “Ci sono momenti in cui ti accorgi che una storia va raccontata, non ti puoi sottrarre. Questo documentario è soprattutto un quaderno di appunti, che di certo non potrà essere esaustivo. Spero che altri protagonisti, poi, vogliano approfondire la storia”. Come ha scelto il titolo? “Torri, checche e tortellini era il riflesso nello specchio di quel momento. Si richiama allo slogan ‘torri, tette e tortellini’: ma in quegli anni la città si è trasformata, e cominciò a ospitare non solo ‘tette’ ma anche ‘checche’. Bologna divenne meta ambitissima dagli omosessuali di tutta Italia: “Il Cassero di Porta Saragozza è stato un punto di unione della comunità gay: era appena nato quando esplose la questione Hiv, e accompagnò la nascita del primo consultorio contro l’Aids. Fu un avamposto per le politiche sanitarie, creò anche gruppi di auto-mutuo aiuto. Diede vita a una grande produzione culturale, giocava a fare controcultura in maniera arguta. Ha retto oltre 20 anni in quella sede, e non è mai diventata un ghetto”. Adriatico, anche fondatore di Teatri di Vita, racconta la struttura a strati di quel Cassero: alla base, la parte ludica; sopra, l’area per gli incontri; sopra ancora, il Centro di documentazione omosessuale, la prima biblioteca destinata a raccogliere materiale di argomenti Lgbt; all’ultimo piano, la sede Arcigay: “E nei sotterranei, le parrucche della compagnia teatrale Kgb&b, fatte vivere dalla meravigliosa Cesarina, al secolo Stefano Casagrande, storico direttore artistico”, sorride il regista. Il documentario, prodotto da Cinemare in collaborazione con l’Emilia-Romagna Film commission, sarà proiettato in anteprima il 3 maggio al Gay&Lesbian Film Festival di Torino: “Poi la distribuzione, ancora tutta da scalettare”.

E il Cassero di oggi in via Don Minzoni? “Il Cassero di oggi è lì perché c’è stato un Cassero di ieri. Oggi le complessità sono diverse rispetto ad allora. Non è un caso che nel documentario intervenga anche Vincenzo Branà, il presidente della nuova era a cui è passato il testimone. In ‘Torri, checche e tortellini questa nuova era non è altrimenti rappresentata: è parte attiva. Qualcuno lo farà più avanti, perseverando a raccontare storie eccezionali a chi non le conosce”. (Ambra Notari)

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