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Immigrati, l'incitazione all'odio è on line: 700 episodi di razzismo sui social nel 2014

Nel 2014 l’Unar ha registrato 347 di espressioni razziste sui social, la maggior parte su Facebook (e altri 326 nei link che le rilanciano). Intensificata la collaborazione con Oscad e Polizia Postale per interventi tempestivi e con il Miur per far prevenzione a scuola. De Giorgi: “Sensibilizzare i giovani è la scommessa del futuro”

24 aprile 2015

- BOLOGNA - “L’hate speech on line è fortissimo e non si ferma nemmeno davanti a una tragedia immane come quella del 19 aprile”. A dirlo è Marco De Giorgi, direttore Unar (Ufficio antidiscriminazioni razziali del dipartimento delle Pari Opportunità della presidenza del Consiglio dei Ministri).
I numeri lo dimostrano: solo nel 2014, l’Unar ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 su Facebook e le altre su Twitter e Youtube. A cui se ne aggiungono altri 326 nei link che le rilanciano. In totale fanno quasi 700 episodi di intolleranza. Negli ultimi giorni, poi, il Contact Center dell’Unar sta ricevendo tantissime segnalazioni, che si sono intensificate in concomitanza con il naufragio al largo delle coste della Libia in cui hanno perso la vita centinaia di persone. Ma cosa si può fare per bloccare il proliferare di post e commenti xenofobi, spesso ai limiti dell’illecito penale?

“Stiamo collaborando con Oscad e Polizia Postale per frenare questa ondata di incitamento all’odio razziale – dice De Giorgi – e stiamo registrando reazioni positive”. Qualche esempio? Una lettera di sostegno del direttore del Tirreno e il blocco della pagina Facebook del giornale da parte del direttore dell’Unione Sarda, sui cui siti le notizie sull’immigrazione hanno ricevuto moltissimi commenti razzisti. “L’hate speech on line è la nuova frontiera – continua il direttore dell’Unar -. Per far rimuovere un manifesto sul muro basta rivolgersi all’ufficio affissioni del Comune, ma su Internet a volte non basta oscurare un sito perché notizie e post vengono ripresi e linkati centinaia di volte”. Nel caso in cui l’hate speech ha rilevanza penale, e spesso è così, grazie alla collaborazione con Oscad e Polizia Postale, Unar può chiedere la rimozione del commento o l’oscuramento del sito. “L’intervento in questi casi è tempestivo – spiega De Giorgi – Un caso recente è quello del sindaco di un paese in provincia di Verona che aveva scritto sul suo profilo Facebook, ‘I rom vanno termovalorizzati’. Dopo la segnalazione, il sindaco si è scusato e la pagina è stata rimossa”. Inoltre, nel caso in cui post e commenti possano costituire illecito penale, c’è la segnalazione alla Procura della Repubblica per verificare se sussistono gli estremi della Legge Mancino sull’istigazione all’odio razziale. Nel caso in cui la rilevanza penale non è evidente, l’intervento è più complesso. “Ma abbiamo avviato collaborazione con Facebook e Google che hanno recepito nelle loro policy i nostri obiettivi antidiscriminatori – continua De Giorgi – Quando ci segnalano un caso, scriviamo a Facebook che il post viola i principi di dignità e Facebook si adegua, bloccando i profili”.

In molti casi gli autori di post e commenti razzisti sono politici e rappresentanti delle istituzioni, come nel caso del sindaco del veronese. “Spesso usano come scusante la libertà di espressione del pensiero – spiega De Giorgi – L’impegno dell’Unar è quello di garantire questo diritto, ma nell’80% non hanno niente a che vedere con l’espressione di un’opinione rispetto alle politiche sull’immigrazione”. Che siano privati cittadini o rappresentanti delle istituzioni, l’Unar ha gli stessi strumenti per intervenire in caso di hate speech. “Nel caso di Gianluca Buonanno e delle frasi razziste verso i rom, ad esempio, da parte nostra abbiamo segnalato il caso alla Procura della Repubblica – dice il direttore dell’Unar – Poi 57 deputati hanno firmato una lettera per il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz perché prendesse provvedimenti”.

Ma c’è un altro fronte sul quale l’Unar è impegnato ed è quello della prevenzione a scuola, grazie a un Protocollo con il Miur. “Spesso sono i giovani a scrivere post razzisti sull’onda dell’emozione, post che poi vengono rilanciati e si moltiplicano – conclude De Giorgi – Educarli a un uso più consapevole di Internet è la scommessa per il futuro”. (lp)

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