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Ex terrorista tra i ragazzi emarginati di Nairobi, per evitare che siano reclutati

La Storia di Alì, per un anno è stato un terrorista affiliato ai miliziani Shabaab, gruppo collegato ad al-Qaida. Uno dei tanti reclutati come kamikaze o come assassini. "Non abbiamo bisogno di fare la guerra, ma di vivere in nome dell’Islam, che vuol dire pace”.

08 giugno 2015

- ROMA – Ali è un 29enne keniano che per un anno è stato un terrorista affiliato ai miliziani Shabaab, un gruppo collegato ad al-Qaida. Ha ucciso decine di civili, adulti e bambini, fino a che non ha deciso di fuggire da tutto quell’orrore.

Ali, che aveva iniziato ad avvicinarsi all’Islam in una scuola islamica di un quartiere di Nairobi, è stato poi reclutato a Mombasa, la seconda città più grande del Kenya. “Un giorno mi hanno detto che ero pronto a guadagnare valore nel mio percorso di musulmano” racconta ad Africa. “Siamo andati a Mandera, al confine con la Somalia e ci hanno bendati. Abbiamo passato ore su un camion, poi ci hanno tolto le bende ed eravamo in mezzo al deserto, in Somalia. Uomini armati ci sono venuti incontro salutandoci. Ogni giorno ci parlavano della jihad, del paradiso che ci attendeva… Anch’io ho pensato di diventare suicida. Quando vivi in quelle condizioni non pensi al futuro, alla famiglia. Pensi solo che potrai vedere il paradiso”.

La storia di Ali è solo una delle tante dei giovani keniani reclutati dagli Shabaab come kamikaze o come assassini, per combattere una guerra che non gli appartiene in uno stato straniero. Uomini portati ogni giorno a compiere incursioni e massacri per imporre la supremazia del gruppo terroristico e per reclutare nuove forze, spinti ad unirsi con spose bambine per procreare figli perché “se muori, ci deve essere qualcuno che porti avanti la jihad e ti vendichi”.

“Una notte abbiamo attaccato un villaggio massacrando tutte le famiglie. Ho deciso di fuggire dopo aver visto decine di bambini morti, il loro sangue. E le madri che urlavano straziate. Dopo ciò che avevamo fatto, ho iniziato a piangere. Mi sono dovuto nascondere perché gli Shabaab non accettano che tu pianga, specialmente davanti ai cadaveri. Se vedono le tue lacrime, ti uccidono. E’ quella notte che ho deciso di scappare”.

E ora Ali, tornato in Kenya, lavora nei quartieri islamici di Nairobi fra i giovani emarginati che corrono il rischio di essere reclutati dai terroristi, così come è successo a lui. “Non abbiamo bisogno di fare la guerra, ma di vivere in nome dell’Islam, che vuol dire pace”.

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