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Tra i "barboni domestici" anche ex insegnanti e dirigenti d'azienda

Fenomeno in crescita. Hanno casa di proprietà, vivono con la pensione ma non sono tutti poveri. Spesso soffrono di un disturbo di accumulo, riempiendo di roba le loro stanze in solitudine. Presentati a Roma i risultati "del progetto X"

23 giugno 2015

Barbonismo domestico

ROMA – Ci sono ex insegnanti, oppure ingegneri in pensione, tra di loro anche ex dirigenti di azienda. Molto spesso hanno una casa di proprietà, ma vivono una condizione di isolamento a volte sconosciuta ai servizi territoriali. È il “barbonismo domestico”, un fenomeno a cui sul territorio romano ha lavorato il "Progetto X", i cui risultati sono stati presentati oggi presso la sede della Regione Lazio. Avviato nell’agosto 2014, il progetto che ha visto coinvolte dieci cooperative e circa 14 operatori terminerà quest'estate nella speranza che possa essere rifinanziato. In un anno di attività, infatti, il progetto ha raccolto 63 richieste da parte di singoli cittadini e 58 richieste di attivazioni dai servizi sociali che hanno portato a far seguire 39 persone su tutta Roma. Numeri esigui rispetto alla popolazione della capitale, ma a preoccupare sono soprattutto le tendenze. “Il fenomeno è più ampio di quanto ci aspettavamo – spiega Fernanda Taruggi, coordinatrice del Progetto X della Cooperativa Cotrad Onlus -. Sono quasi tutte persone che presentano un disturbo da accumulo, ma tra le nostre attività facciamo anche prevenzione laddove possibile”.

Un fenomeno in crescita
Secondo i responsabili del progetto, si tratta di un fenomeno “crescente” che vede “situazioni, individuali o familiari, spesso sconosciute ai servizi territoriali, che versano in condizione di pieno isolamento e scarsa igiene dell’appartamento, non di rado utilizzato come rifugio e come magazzino per ogni genere di materiale”. Per Taruggi, però, se da un lato c’è un “aumento di casi”, è anche vero che “adesso gli interventi lo rilevano maggiormente e poi lo si vede nelle statistiche dei reparti psichiatrici dove c’è una percentuale significativa che presentano questa sintomatologia”. Tuttavia, si tratta di una realtà che presenta ancora diverse zone d’ombra “che non emergono, ma presenti”.

Chi sono i barboni domestici
- Dai dati raccolti emerge un profilo piuttosto variegato delle persone seguite. “Abbiamo un’ampia costellazione: ex insegnanti, ex dirigenti d’azienda, ingegneri – spiega Taruggi -. A quanto emerge dai dati statistici c’è una buona percentuale in cui sono proprietari di casa, o sono in affitto o nelle cosiddette case popolari. Ci sono parecchie persone benestanti. L’associazione barbone e povertà nel caso del barbonismo domestico non può essere così lineare e diretta”.
Secondo l’esperienza condotta sul campo dagli operatori, le persone seguite dal progetto X sono donne e uomini praticamente in egual misura. Solo una piccola parte di loro sono stranieri, mentre per quanto riguarda le fasce d’età si va dai 50 agli 80 anni, nella maggior parte dei casi, con una buona fetta di 50-60 enni (sono 14 su 39) e non mancano anche alcuni casi tra i 30 e i 40 anni. Più della metà di loro hanno una pensione da lavoro o sociale, meno della metà ha una pensione di invalidità o d’accompagno.
Ma se non mancano casi in cui la disponibilità economica non è un problema, non sono neanche pochi i casi cui misere pensioni sono l’unico mezzo di sostentamento e in taluni casi, manca qualsiasi forma di reddito e si vive di espedienti. Quel che accomuna quasi tutti, invece, è la solitudine. In quasi tre casi su quattro, la persona presa in carico dal progetto vive da sola e con scarsi rapporti con i familiari, se presenti. Questi ultimi, nella maggior parte dei casi non sono di nessun supporto, quando solo in un caso su quattro le persone che vivono in questa condizione non presenta patologie. Negli altri casi si va da quelle psichiatriche alle dipendenze.

Interventi lunghi e delicati
Una “realtà sommersa”, spiega Taruggi, nascosta dietro una porta chiusa che non sfugge ai condomini o agli amministratori di condominio. Sono proprio loro, spesso, a fare delle segnalazioni che nella maggior parte dei casi arrivano sempre quando la situazione è ormai al limite. Spesso, infatti, ha spiegato Valter Gallotta, direttore Uoc ospedaliera servizio di diagnosi e cura presso l’ospedale San Giovanni, si confonde il barbonismo con l’avarizia o la pigrizia dei condomini e non viene segnalata per tempo, soprattutto in quei casi in cui i legami familiari sono andati persi per diverse ragioni. Tempi lunghi che, di riflesso, si ritrovano anche negli interventi che a volte possono richiedere anche mesi per poter instaurare un rapporto con il paziente. “Il nostro intervento consiste con una prima visita domiciliare insieme all’assistente sociale per attivare il servizio – spiega Taruggi -, ma non è detto che l’utente accetti da subito. Ci vuole una lunga attesa e tanta pazienza per trasmettere al paziente che quel tempo è dedicato a lui, anche se spesso ci chiudono la porta in faccia”. I risultati raccolti in un anno fanno ben sperare, spiegano gli operatori, ma il progetto ora è al termine e sul futuro attualmente non ci sono certezze. “Il nostro è un intervento utile in una realtà che sta crescendo – spiega Taruggi - per dare un aiuto a persone che alla fine l’aiuto non solo l’accettano, ma lo vogliono”. (ga) 

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Sindrome di accumulo, Pensionati, Roma

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