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Incendi, assedi, attentati: la guerra di Erdogan nei villaggi del Kurdistan turco

Reportage/2. Lice: l'offensiva lanciata dal governo turco ha riacceso il conflitto con i guerriglieri del Pkk. Nel sud est a maggioranza curda tornano scene di violenza e distruzione che parevano relegate agli anni 90

02 settembre 2015

Distretti della provincia di Diyarbakir
I distretti Diyarbakir

DIYARBAKIR (Turchia orientale) - La piana di Fis è una vallata circondata da un grappolo di villaggi, che si arrampica a più di mille metri d'altezza sulle montagne a est di Diyarbakir. Il modo più veloce per raggiungerla è percorrere la provinciale per Bingol; ma a qualche chilometro dal villaggio di Kocakoy la strada è interrotta da un checkpoint dell'esercito turco, che da giorni lascia passare solo i residenti. "Quando iniziano a bloccare l'accesso ai centri abitati - spiega Orhan, dopo aver mostrato i documenti ai militari - la situazione non promette nulla di buono. È probabile che stiano preparando un'operazione". 

Orhan, un 30enne curdo dai capelli brizzolati, è cresciuto in un paese poco distante da qui. Finché, nei primi anni 90 - in una vasta offensiva che doveva servire a snidare gli uomini del Pkk dalle alture del sud est - l'esercito ha assediato, bombardato e incendiato centinaia di questi villaggi, mentre due milioni di sfollati fuggivano verso le città o fuori dai confini turchi. "Quando vennero a bussare a casa nostra – ricorda – avevo sette anni. Ci diedero 24 ore per abbandonarla; in caso contrario dissero che ci avrebbero uccisi, bruciandola con i nostri corpi dentro". Nel 2010, dopo aver trascorso quasi vent'anni da transfughi alla periferia di Diyarbakir, i suoi genitori sono tornati a vivere qui. Ma ad agosto, mentre l'operazione antiterrorismo lanciata da Erdogan riaccendeva il conflitto in tutta la regione, queste foreste sono tornate a bruciare. E ora le fiamme stanno divampando anche tra le vigne che circondano la loro fattoria. 

Agosto 2015, gli incendi nelle periferie di Diyarbakir
Turchia. Incendio periferia di Diyarbakir

COLPISCONO A CASACCIO E BRUCIANO TUTTO
Secondo Cemyl, trentottenne curdo che gestisce una stazione di servizio all’altezza di Fisova, l'incendio è opera dei militari. "Qui non si avvicinano più - spiega, indicando gli elicotteri d'assalto che da giorni sorvolano la zona - perché la presenza dei guerriglieri è troppo massiccia. Ogni volta che provano a combatterli sul terreno, qualcuno di loro ci lascia la pelle. Allora tentano di stanarli in volo, ma così va a finire che colpiscono a casaccio. Quando va bene, lanciano una bomba sugli alberi e mandano tutto a fuoco. Ma se credono di averne individuato qualcuno in un centro abitato, iniziano a sparare. E spesso capita che colpiscano i civili".
Se in Turchia esiste una roccaforte del Pkk , è di certo questa. Procedendo verso Lice, a circa un chilometro dalle autopompe, c'è la cascina abbandonata in cui nel 1978 ebbe luogo il congresso fondativo dell’organizzazione. In più punti, la strada è interrotta da blocchi di terriccio alti fino a un metro e mezzo, che i guerriglieri hanno eretto per impedire il passaggio di polizia ed esercito. Dalla fine di luglio, in queste strade, almeno quattro militari sono stati uccisi in imboscate o nell'esplosione di autobombe e mine telecomandate. Lo stesso è accaduto in altri distretti delle province di Siirt, Agri e Diyarbakir. "Per quanto ne sappiamo - spiega Orhan, percorrendo a ritroso la provinciale verso la fattoria - tutta questa strada potrebbe essere minata". 

IL RITORNO SULLE MONTAGNE
Nonostante questo, la maggior parte dei residenti della zona sembra parteggiare per la guerriglia. A sentir loro, da quando il governo ha lanciato la sua offensiva, decine di giovani avrebbero ricominciato a salire sulle cime di queste montagne, per unirsi agli uomini del Pkk. "Il punto - spiega Orhan - è che a volte si è costretti a fare una scelta. Quando il tuo nome finisce in una lista di sospettati, puoi star certo che andrai in carcere. E basta aver partecipato a una manifestazione o essere un semplice attivista per trovarsi in una situazione del genere. Per molti, a quel punto, le montagne diventano l'unica opzione". Secondo un resoconto pubblicato dall'Associazione diritti umani (Insan Haklari Dernegi), una delle più grandi ong turche, negli ultimi 35 giorni oltre 2.500 persone sarebbero state tratte in arresto. Se si escludono 150 sospetti fiancheggiatori di Isis, tutti gli altri sono accusati di militare nelle fila del Pkk. 
Mentre procede verso il centro abitato, l'auto di Orhan è seguita a distanza ravvicinata da un elicottero dell'esercito; ma dopo qualche chilometro, il velivolo vira di nuovo verso la stazione di servizio, in direzione di Lice. È a quel punto che dalla collina iniziano a risuonare le raffiche delle mitragliatrici. "È probabile che cerchino di spaventare i manifestanti" spiega un residente, alludendo a una cinquantina di uomini e donne che da giorni sono accampati subito fuori dal distretto di Lice, frapponendosi tra gli abitanti e l'esercito come "scudi umani volontari".

La città di Silvan dopo i bombardamenti
Turchia. Città di Silvan dopo i bobardamenti

Stando a quanto pubblicato dal quotidiano Daily Hurriyet, molti di loro sono parenti di attivisti o guerriglieri, e cercherebbero di impedire lo spargimento di nuovo sangue. Secondo Cemyl, qualche giorno prima, il gestore di una tavola calda adiacente alla sua stazione di servizio si è unito al gruppo: "una raffica intimidatoria gli ha mandato dei detriti sul volto” spiega. “Lo hanno portato in ospedale, ma la polizia lo ha arrestato prima che potessero ricoverarlo: ora è in carcere, e a quanto ne sappiamo ha perso un occhio". 

AUTOGOVERNO
Lice è una delle municipalità in cui, nelle ultime tre settimane, almeno 12 assemblee cittadine hanno disconosciuto pubblicamente l'autorità dello Stato, dichiarando un autogoverno de facto. Ad accendere la miccia, dopo una prima ondata di arresti che avrebbe portato in carcere circa 200 persone, è stata una sequenza di fotografie circolate ai primi di agosto sui social network. Le immagini ritraevano il cadavere nudo e torturato della guerrigliera Kevser Elturk, mentre veniva trascinato per i piedi da un gruppo di soldati. Di qui alla guerra aperta, il passo è stato breve. Man mano che i centri urbani di Silopi, Varto, Mus, Silvan, Lice e Yusekova si dichiaravano indipendenti, i giovani dello Ydg-H (un organizzazione giovanile vicina al Pkk di Ocalan) hanno preso in mano le armi, scavando trincee e innalzando blocchi stradali. Anche stavolta, la risposta dell'esercito non si è fatta attendere.
Stando a un recente resoconto del Partito democratico dei popoli (Hdp) e dell'Associazione diritti umani, diverse decine di civili avrebbero perso la vita nei conseguenti attacchi delle forze speciali; mentre una fiumana di centomila sfollati avrebbe già abbandonato le proprie case in 15 province dichiarate "zone di sicurezza temporanea". "L'esercito sta assediando intere cittadine" spiega Feleknaz Uca, parlamentare Yazida inviata con un gruppo di osservatori a monitorare gli scontri esplosi a Lice e Silvan. "Hanno chiuso le vie d'accesso, tagliato le linee di comunicazione e dopo qualche giorno hanno iniziato a bombardare con elicotteri e mortai, prima di entrare con i blindati". "In questo modo - conclude, mostrando le immagini di abitazioni crivellate dal fuoco d'artiglieria - è inevitabile che anche i civili vengano colpiti".

UNA GUERRA CHE NON VUOLE PIÙ NESSUNO
Quando l'auto di Orhan si accosta di nuovo al checkpoint all'uscita da Kocakoy, tra i militari c'è stato un cambio di guardia. I soldati, tutti sulla ventina, illuminano brevemente l'abitacolo con una torcia, prima di far cenno di procedere. Hanno le guance lisce e le uniformi in ordine, e sembrano sinceramente terrorizzati. Secondo i dati forniti dal governo, dall’inizio delle operazioni sessanta uomini sono morti tra le forze armate. "Questa guerra non la vuole più nessuno" aveva detto Cemyl, prima che lasciassimo la sua stazione di servizio. "Perché tutti si rendono conto di quanto potrebbe finire male. Sia l'esercito che i guerriglieri sono meglio armati che in passato, e gli scontri potrebbero andare avanti per anni. L’unica speranza per noi è una ripresa dei negoziati". (ams)

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