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Accoglienza rifugiati, il racconto di una famiglia: “Pronti a rifarlo”

Per 9 mesi Giorgia e Mauro hanno accolto nella loro casa di Faenza Lamin, 21enne del Gambia nell’ambito del progetto “Rifugiato a casa mia” della Caritas che ha interessato 11 diocesi d’Italia. Dopo l’appello del Papa la Caritas sta pensando di riavviare il progetto

08 settembre 2015

FAENZA (Ravenna) – Lo hanno già fatto, e sono pronti a rifarlo. Giorgia Emanuelli ha 42 anni e insieme al marito Mauro e ai 3 figli l’anno scorso hanno ospitato per 9 mesi Lamin, un ragazzo del Gambia di 21 anni arrivato dalla Libia su un barcone. Un’esperienza che gli ha fatto aprire gli occhi e li ha aiutare a sfatare pregiudizi e stereotipi, tanto che oggi trascorrono insieme a Lamin le vacanze estive. L’idea di condividere ciò che si ha con chi è stato costretto ad abbandonare il proprio paese, rischiando la morte in mare per andare alla ricerca di una nuova vita ha spinto Giorgia e la sua famiglia a un impegno eccezionale. Il progetto, a cui hanno dato il loro contributo, si chiama “Rifugiato a casa mia” ed è stato realizzato dalla Caritas durante l’emergenza Nord Africa coinvolgendo 11 diverse diocesi in tutt’Italia. Un’idea che in questi giorni, dopo l’appello del Pontefice ad accogliere i migranti in ogni parrocchia, sta riprendendo consistenza. 

- Il primo impatto con quel ragazzo dagli occhi tristi, che aveva già girato diversi centri d’accoglienza, è stato però di diffidenza: “Cercavamo di capire in che modo potevamo essere utili e soprattutto come riuscire a relazionarci al meglio con Lamin – spiega Giorgia– All’inizio ci vedevamo solo a pranzo e a cena e lui trascorreva molte ore nella tavernetta che avevamo adattato. Così, con mio marito, abbiamo deciso di chiedere a degli amici di trovargli un lavoro nella loro azienda agricola. In poco tempo è rinato. L’idea di alzarsi la mattina e di non stare senza far nulla lo ha cambiato”. 

La famiglia di Giorgia e Mauro ha vissuto con Lamin per 9 mesi durante i quali tra il ragazzo e i loro figli  è nato un rapporto strettissimo: “I miei figli lo chiamavano fratellone – continua Giorgia –. Quando Lamin non aveva nulla da fare giocava con loro e quest’affetto che è nato tra loro è davvero bello. Tanto che per il compleanno abbiamo organizzato la festa a casa nostra invitando tutti i suoi amici”. Un’integrazione costruita passo dopo passo imparando a convivere insieme e conoscendo le abitudini di entrambi. “Abbiamo imparato l’uno dall’altro, è questo lo spirito dell’accoglienza – continua Giorgia –. Per questo non capisco chi si ostina a seminare odio. Certo noi abbiamo avuto un’esperienza felice. Ma lo è stata perché ci sono volontari e educatori che si occupano tutti i giorni di accogliere e aiutare. Loro hanno scelto le persone che erano pronte a un percorso all’interno di un nucleo familiare. L’accoglienza e l’integrazione si costruiscono lentamente, non ammassando le persone!”. 

È da storie come questa e dall’appello alla solidarietà lanciato dal Papa che la Caritas nazionale sta pensando di riavviare il progetto “Rifugiato a casa mia”. Nella prima sperimentazione fatta nel 2014 sono state coinvolte 22 famiglie per un totale di 32 migranti accolti da 6 a 9 mesi. “Visto l’aumento delle persone che arrivano e le sempre maggiori difficoltà nell’accoglierli stiamo pensando a qualcosa di diverso rispetto al precedente progetto – dice Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana–. Per ora stiamo cercando di capire come fare ma credo che a giorni sapremo già come muoverci”. (Dino Collazzo)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: profughi

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