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Tra i giovani è boom di "volonturismo": ma è veramente utile?

Cresce il fenomeno dei viaggi organizzati per fare volontariato. Se alla base ci sono le buone motivazioni di chi parte, l’impatto reale sulla comunità locali è spesso trascurabile se non, addirittura, negativo. L'esempio dell'orphanage tourism

16 settembre 2015

Hanno 20 anni ed amano viaggiare. Sono gli attori (o piuttosto le vittime?) del cosiddetto “volonturismo”, un fenomeno in rapida crescita soprattutto nei paesi anglosassoni ma che sta prendendo sempre più piede anche in Italia: giovani che decidono di spendere le proprie vacanze all’insegna di un vero e proprio volontariato in viaggio  A questo fenomeno, che nella sola Inghilterra coinvolge circa 200 mila persone, ai suoi “lati oscuri” ed alle possibili alternative è dedicato un articolo di Daniela Gelso pubblicato da Info-cooperazione.it. Se alla base di queste esperienze infatti ci sono senz’altro le buone motivazioni di chi parte, l’impatto reale sulla comunità locali è spesso trascurabile se non, addirittura, negativo. 
 
Il recente documentario “The Voluntourist” offre una lettura interessante di questo fenomeno. La regista, Chloé Sanguinetti, ha percorso l’Asia intervistando volontari e organizzazioni locali. Grazie a lei sappiamo che i giovani del Regno Unito pagano ai tour operator migliaia di sterline per una breve esperienza di volontariato all’estero che spesso, a giudicare dal feedback dei volontari stessi, sono poco più che vacanze costose.
 

 
IL LATO OSCURO DEL VOLONTURISMO
Il punto dolente è la mancanza di un’adeguata formazione e di un supporto serio per i “volonturisti”. Tutti possono partecipare a queste vacanze senza nessuna attenzione particolare a competenze e requisiti specifici. “La convinzione erronea che dei ventenni poco o nulla (in)formati sul campo di volontariato a cui partecipano possano inserirsi in programmi di sviluppo sottende un atteggiamento paternalistico e perpetua gli stereotipi negativi legati al concetto di beneficenza”, si legge nell’articolo.  
Gli esiti più disastrosi sono però evidenti a livello delle comunità.  “The Voluntourist” mostra che spesso i volontari nutrono aspettative irrealistiche su ciò che possono offrire a chi li ospita. In realtà, buona parte di questi viaggi di volontariato non offrono benefici reali ed hanno un impatto negativo sullo sviluppo locale. Nell’articolo viene riportato l’esempio dei teachers d’inglese negli orfanatrofi asiatici. L’impiego di giovani volontari non remunerati va a discapito dei lavoratori locali. La creazione di legami emotivi tra volontari e bambini abbandonati accresce il trauma emotivo di questi ultimi, allorché i visitatori scompaiono dopo poche settimane. Il fenomeno dell’orphanage tourism, diffusissimo in Cambogia, è diventato un vero e proprio business, con effetti disastrosi sui beneficiari: gli orfanatrofi mantengono basse le condizioni di vita dei bambini ospitati per garantire entrate sotto forma di beneficienza.
 
QUALI SONO LE ALTERNATIVE
Premesso che la possibilità di confrontarsi con una cultura diversa offerta dal volontariato internazionale é senza dubbio positiva ed arricchente per un giovane, è necessario affidarsi ad organismi seri, che selezionino realtà locali realmente bisognose di un aiuto esterno. Imprescindibile, in questo caso, un’adeguata formazione dei volontari e un loro inserimento in progetti ben strutturati, per massimizzare gli effetti positivi sullo sviluppo delle comunità locali in cui il volontariato si svolge.
Se si rinuncia alla meta esotica, esistono inoltre moltissime opportunità per rendersi utili nella propria comunità d’origine, impegnandosi in maniera responsabile in un’esperienza di volontariato che offra continuità ai beneficiari e che sia utile per sé e per gli altri. Un’esperienza forse meno gratificante rispetto ad un soggiorno di due settimane in Thailandia, ma sicuramente più utile e “vera”. 
 

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