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Trieste, resta in casa famiglia il bambino autistico: il giudice emette il secondo decreto

A nulla è valsa la “memoria” presentata dalla mamma, né sono serviti gli interventi di Lorenzin e Binetti: il Tribunale dei minorenni di Trieste ha confermato il “collocamento extrafamiliare” di A., perché “il bambino sta meglio”. Ma la mamma obietta: “sottoposto a misure di contenzione, assume psicofarmaci e ha crisi gravi. Deve tornare a casa”

23 settembre 2015

ROMA – Il giudice ha confermato: A. non torna a casa, almeno per il momento. Resta in casa famiglia il bambino con un “disturbo da comportamento dirompente” che lo scorso 29 dicembre è stato portato via da casa sua, separato dalla mamma e dal fratellino e collocato in una struttura. La mamma – questa la motivazione della sentenza – avrebbe sottovalutato i problemi del figlio e non avrebbe seguito le terapie prescritte. Contro la dura sentenza, la mamma aveva presentato una “memoria”, chiedendo che il provvedimento fosse rivisto e difendendo le proprie scelte e la propria posizione, sia dal punto di vista affettivo sia dal punto di vista terapeutico e assistenziale. Sul caso erano intervenute anche la ministra Lorenzin e la deputata Paola Binetti, evidenziando tanto gli effetti negativi del trattamento psicofarmacologico, quanto quelli, addirittura nefasti, della separazione dalla famiglia, soprattutto nel caso di bambini particolarmente fragili.

Niente da fare, il tribunale dei Minorenni di Trieste ha ora emesso il secondo decreto, sempre e solo sulla base della relazione ricevuta dai servizi sociali: resta confermato il “collocamento extrafamiliare di A. presso idonea struttura, anche terapeutica, adeguata alle sue gravi problematiche”. Il motivo: A,. sta meglio, è più equilibrato dal punto di vista psicologico e relazionale, ma non tanto da consentire un suo rientro in famiglia. La mamma, però, non ci sta: questa separazione, che dura ormai da quasi nove mesi, per lei è del tutto ingiustificata e dannosa. Come spiega nel “reclamo” presentato dal suo avvocato. Due gli argomenti opposti alla decisione del giudice: primo, A. non sta affatto meglio. E lo dimostra il fatto che “sia stato sottoposto a misure di contenzione personale”, si legge nel reclamo, e che gli sia stata “somministrata una terapia con Talofen, farmaco che secondo lo stesso foglietto illustrativo e scheda tecnica non deve essere somministrato ai minori di anni 12”. Infine, “risulta anche che il 26 luglio il minore sia stato ricoverato al Burlo Garofolo a seguito di una crisi di agitazione ed aggressività e sottoposto a terapia farmacologica con psicofarmaci del tipo promazina”. Insomma, A. non sta affatto migliorando, ma “presenta anzi molti peggioramenti rispetto a quando è stato prelevato dalla famiglia - conferma Carlo Hanau, che sta seguendo con costanza la vicenda - alcuni dei quali ascrivibili agli effetti collaterali del Talofen (perdita dell'equilibrio, allucinazioni visive, paure immotivate) ed altri alla mancanza di un'adeguata educazione speciale, che dovrebbe prevenire i problemi e quindi anche l'uso di farmaci come il Talofen. La settimana scorsa la mamma ha assistito ad un crisi di rabbia, per cui il farmaco non sembra dare grandi risultati neppure per gli scopi voluti”. 

C’è un altro motivo, però, per cui la decisione del giudice viene contestata dalla mamma e dal suo avvocato: la struttura in cui A. è ospitato non è affatto una adeguata alle sue condizioni. Si tratta infatti di una struttura destinata ad accogliere persone con famiglie problematiche e non bambini problematici, tanto meno con disturbi seri e specifici come quelli presentati da A. Per tutte queste ragioni, la mamma torna a chiedere che suo figlio torni a casa, dopo un’adeguata e approfondita rivalutazione del caso. (cl)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Paola Binetti, Casa famiglia, Famiglie separate, Psicofarmaci, Beatrice Lorenzin, Autismo

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