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Il superstite della strage del 3 ottobre: “Torno per ringraziare Lampedusa”

Tadese Fisaha è l’unico tra i 155 sopravvissuti eritrei del naufragio del 2013 ad essere rimasto in Italia. È in viaggio per l’isola insieme ad altri familiari delle vittime. “Hanno preso le impronte digitali solo a me… Negli altri paesi europei accolgono meglio”

30 settembre 2015

Tadese Fisaha
Tadese Fisaha

“Erano le tre del mattino e la barca ha iniziato a girare su se stessa e ad affondare… eravamo 500 persone o forse di più e nessuno ci stava aiutando”. Tadese Fisaha abbassa lo sguardo. “E’ un ricordo bruttissimo, in quelle ore ho perso degli amici, dei parenti, per mesi non riuscivo a mandare via le immagini dalla testa”.

Fisaha, nato in Eritrea 30 anni fa, è l’unico fra i 155 superstiti del naufragio del 3 ottobre 2013 a essere rimasto in Italia. “Non perché volevo restare, ma è andata così”. Nei giorni scorsi, nei locali romani della Comunità di Sant’Egidio dove ha trovato ospitalità, ha accolto altri 18 fra famigliari delle vittime e compagni di quel drammatico viaggio, arrivati da tutta Europa per tornare a Lampedusa. “Con loro - ha spiegato a Redattore Sociale - affronto questi giorni con più tranquillità, ci facciamo forza a vicenda”. 

I ricordi di quella notte sono offuscati dalla stanchezza e dalla lotta contro le onde, che già avevano inghiottito molte vite. “Mentre la barca si rovesciava, la benzina andava dovunque e si attaccava alle persone, così quando sono arrivati i primi soccorritori non riuscivano a prenderci e in diversi sono morti scivolando verso il fondale”. Tadese ce l’ha fatta in extremis. “Sono stato in acqua per un tempo lunghissimo e a salvarmi è stato Costantino, che è riuscito a prendermi perché avevo ancora su i jeans, mi ha tirato su con quelli”. Costantino Baratta, che Fisaha ritroverà in questi giorni a Lampedusa, è il muratore dell’isola - uomo dell’anno del 2013 per il settimanale L’Espresso - che, alle prime luci dell’alba del 3 ottobre, uscì in barca riuscendo a mettere in salvo 12 persone.

“Insieme a Costantino c’erano altri, come Vito (Fiorino, ndr), che dalla sua barca ha sentito le grida di chi affogava e si è subito avvicinato, portando in salvo 47 persone”. Da Lampedusa Fisaha è stato portato d’urgenza in elisoccorso a Palermo, per via di un grave deficit respiratorio. “Sono rimasto due settimane in ospedale, e qui ho incontrato Anna, un’infermiera che mi ha curato giorno e notte, coinvolgendo i parenti e l’amica Rosaria… loro sono stati come una famiglia, non potrò mai dimenticarlo”. Il viaggio di questi giorni, dice Fisaha, serve anche a questo, “torno per ringraziare i lampedusani, che hanno veramente sofferto con noi e ci hanno accolti come fratelli, e poi andrò anche a Palermo per ringraziare Anna e Rosaria”.

È a Palermo però che il destino di Fisaha, che come tutti i compagni sperava di arrivare nell’Europa del Nord, prende un’altra strada. “Ancora non stavo bene quando dei poliziotti sono venuti in ospedale e ne hanno approfittato per prendermi le impronte digitali… non volevo ma mi sono sentito forzato a farlo, che scelta avevo?”. È l’unico dei superstiti a essere identificato a norma del regolamento di Dublino, e dovrà dunque rimanere in Italia per ottenere una risposta alla sua richiesta d’asilo.

“Mi hanno portato a Roma, in un centro d’accoglienza sulla via Tiburtina, insieme a altri 90 miei compagni di viaggio, ma mentre loro se ne sono andati dopo pochi giorni, io sono dovuto rimanere”. Il confronto fra sistemi di accoglienza, per Tadese, è evidente: mentre gli altri superstiti, distribuiti soprattutto fra Svezia, Danimarca, Norvegia, Germania e Svizzera, godono ancora di misure di accoglienza statali, lui è stato allontanato dal centro dopo sei mesi. “In mano”, dice con una punta di rammarico, “avevo solo un permesso di soggiorno come rifugiato”.

Da quel giorno ha girato l’Europa, passando alcuni mesi presso parenti in Svezia per poi decidere di tornare a Roma. “Qui ho imparato l’italiano e ho trovato ospitalità presso la Comunità di Sant’Egidio, con cui lavoro anche un paio di giorni alla settimana, ma diventare autonomi”, dice, “è quasi impossibile”. E rimane così l’idea di raggiungere il fratello in Germania: “eravamo sulla stessa barca, il 3 ottobre, ma le leggi e i governi, che già ci hanno fatto salire su quella barca, ci hanno divisi”, conclude con un gesto della mano, come a spazzare via pensieri senza senso. (Giacomo Zandonini)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Strage 3 ottobre, Comunità di Sant'Egidio, Comitato 3 ottobre, Mare nostrum, Richiedenti asilo, Eritrea, Lampedusa

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