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Techfugees, tutta la tecnologia che rende più facile il viaggio dei rifugiati

Conclusa il 2 ottobre a Londra la conferenza di programmatori e hackers di tutto il mondo, con decine di nuove idee per intralciare i trafficanti, trovare ospitalità, ritrovare famigliari, districarsi tra le leggi e perfino trovare lavoro e istruzione. Ecco tutti i link

03 ottobre 2015

Negli ultimi anni Facebook, Viber e WhatsApp sono stati utilizzati dai trafficanti e dai loro affiliati per raggiungere decine di migliaia di potenziali clienti, in fuga dalla Siria e dall’Iraq o stipati in campi profughi e ghetti insalubri nei paesi confinanti. La tecnologia, però, può anche mettere i bastoni fra le ruote alle agenzie viaggi del crimine organizzato, offrendo ai migranti tutto quel bagaglio di informazioni, contatti utili e servizi di prima assistenza che permette di muoversi in autonomia attraverso regioni sconosciute, burocrazie ostili, controlli inattesi e continui pericoli. È questa l’idea alla base di TechFugees, conferenza e “hackaton” - una sorta di maratona fra hackers per sfornare nuove idee - conclusa ieri a Londra.

Mike Butcher, editor della rivista TechCrunch, riferimento globale per le nuove tecnologie, e già consigliere del governo inglese in materia, ha lanciato l’idea un mese fa, arrivando in breve a radunare una folta comunità di programmatori, scienziati, startuppers e operatori umanitari, riuniti dall’obiettivo di “coordinare la risposta della comunità tecnologica alla crisi dei rifugiati”. L’idea di fondo? Che “potevamo essere tutti rifugiati se fossimo nati in un posto diverso”. Butcher ha lanciato online un appello a creare “un’applicazione per smartphone che permetta di individuare rotte sicure e condividere informazioni fra chi viaggia, una app che allerti quando ci sono problemi - ad esempio un insediamento sgomberato dalla polizia in poche ore - e sistemi che diano informazioni sul trattamento dei rifugiati in diversi paesi europei”. Il tutto prima dell’inverno, perché “ci sono famiglie disperse che devono ritrovarsi entro dicembre, prima che le notti diventino troppo lunghe e pericolose, e la comunità tecnologica può dargli una mano”.

Refugee Maps

Nei giorni scorsi 300 persone hanno raccolto l’invito fisicamente e molte di più si sono incontrate virtualmente, mettendo in comune idee, competenze e possibili donatori. Se Refugees Welcome, piattaforma online che fa incontrare rifugiati in cerca di alloggio e cittadini ospitali, WelcomeToEurope, progetto tedesco di informazione sulla procedura d’asilo e sull’accoglienza in tutta l’UE e RefUnite, sito e app per favorire l’incontro di famigliari e amici divisi durante il viaggio, sono iniziative ormai consolidate, a salire sul paco di TechFugees sono stati soprattutto giovani programmatori, con proposte già avviate o in fase di sviluppo.

Il tema del viaggio è stato fra i più discussi, a partire dalla proposta di Refugee Maps, una mappa interattiva già online, aggiornabile dagli utenti, in cui registrare tutte le iniziative di solidarietà e aiuto ai migranti a livello europeo. Refugee Aid App è invece una app multilingue per Android con mappe, opportunità di ospitalità a basso prezzo o gratuita e informazioni su cure sanitarie e accesso al lavoro. L’applicazione è pronta ma mancano i fondi per lanciarla.
C’è poi chi - operatori umanitari e volontari - è pronto a raggiungere accampamenti e centri di prima accoglienza portando sistemi di connessione wifi e vere e proprie sale computer da campo, come DisasterTechLab, una ong che interviene nelle emergenze umanitarie, o Musafir Collective, gruppo di volontari anglo-pakistani che - partiti allestendo cucine a gas e pannelli elettrici per router e caricabatterie nella “jungle” di Calais - sono arrivati fino all’isola greca di Kos. Sul lato dell’interazione con le comunità locali, l’esperienza di Migreat, portale che mette in contatto utenti e gruppi linguistici e nazionali di diversi paesi europei, ha aperto le porte a nuove esperienze, lanciate nelle scorse settimane. Fra queste Refugeewiki, un sito open source per la condivisione di contatti e informazioni, o progetti più specifici come RefugeeonRails, associazione tedesca che offre formazione a rifugiati per farli diventare programmatori, o ancora Iamnotarefugee, che carica online profili professionali di rifugiati e richiedenti asilo, invitando potenziali datori di lavoro a contattarli e svuotando al contempo l’immagine del rifugiato come persona da assistere.

 

Refugee Add App

KironUniversity è invece un’università telematica nata a Berlino, che vuole iniziare nei prossimi mesi a formare a distanza almeno 100 rifugiati, offrendo percorsi “di alto livello” e gratuiti di tre anni, due a distanza e uno in presenza. Fino al giorno prima della laurea non chiederanno documenti autenticati degli studi precedenti, spesso difficili da reperire per un rifugiato e terranno in considerazione problemi sociali e psicologici che un rifugiato può vivere. Sul piano dell’ospitalità, all’“airbnb” tedesco per rifugiati Refugees Welcome si vanno a affiancare i siti britannici di MyRefuge e TempHome, l’olandese RefugeeHero, il finlandese Funzi e altre esperienze regionali e cittadine.

TechFugees è insomma un segnale della mobilitazione di ricercatori, programmatori e imprenditori dell’information technology, toccati dalle immagini e dalle vicende dei 500mila rifugiati arrivati in Europa negli via terra o via mare negli ultimi nove mesi. Altri gruppi e forum di discussione sono nati nelle ultime settimane (Tech Refugess, Nerd4Refugees). Idee già partite accanto a altre che possono apparire fantasiose, come la BitNationEmergencyResponse, che progetta di fornire carte di debito caricate con la moneta telematica BitCoin ai quei migranti in viaggio che non possono aprire conti correnti o usare le carte di credito del loro paese. BitNation, come raccontato a TechFugees dall’organizzazione Hack Humanity, intende inoltre rilasciare documenti d’identità virtuali ai migranti in viaggio, sfruttando l’utilizzo della firma telematica, ormai accettata dalle amministrazioni pubbliche comunitarie. Sembra un’utopia, ma secondo i promotori potrebbe aiutare chi aderisce “a dimostrare crittograficamente che esiste e soprattutto a provare dei legami famigliari, facilitando in qualche modo il ricongiungimento con parenti in altri paesi”. Certo, come ha sottolineato Tara Mikhael di Migreat, servono risposte globali, “ma finché i governi non si muovono, è la società civile a doverlo fare, cercando soluzioni pratiche e al contempo facendo pressioni politiche”. (Giacomo Zandonini)

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Tag: Techfugees, Rifugiati, Immigrati

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