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Mamme che uccidono: dal 1970 sono 500 i figlicidi tra le mura domestiche

L’associazione degli avvocati matrimonialisti dedica a questo tema il suo VII congresso nazionale, “Figli di Medea – Dalla filiazione al figlicidio”. Gassani: “Dietro ogni madre che uccide, c’è una malattia psichiatrica grave. E la mancanza di un sistema di sostegno”

09 ottobre 2015

ROMA - “Di mamma si può anche morire”: lo afferma con sicurezza Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell’Ami, l’associazione degli avvocati matrimonialisti italiani, anticipandoci i temi del VII Congresso nazionale che si svolgerà oggi e domani a Roma (Residenza di Ripetta – via di Ripetta 231). “Dopo due congressi dedicati al femminicidio – ci spiega – abbiamo voluto rivolgere l’attenzione verso un fenomeno di cui si parla poco e male: la violenza verso i figli da parte delle madri. Una violenza che in tragici casi può arrivare fino all’omicidio”. I numeri sono tutt’altro che bassi: “dal 1970 ad oggi, circa 500 bambini sono stati uccisi tra le mura domestiche dai genitori e soprattutto dalle madri”, ci spiega Gassani. E di loro, dei “Figli di Medea – Dalla filiazione al figlicidio” si parlerà nella due giorni che si aprirà domani. Un evento della massima importanza, perché per la prima volta riunirà giuristi, psicologi e giornalisti. “Ciascuno si interrogherà su come la propria deonotologia professionale imporrebbe di affrontare questo tema e come, di fatto, la propria categoria professionale lo affronta ogni giorno. Dobbiamo tutti interrogarci – spiega Gassani – Noi avvocati, quando plagiamo il minore mettendogli di fatto in bocca parole non sue; e i giornalisti, quando non rispettano la Carta di Treviso e violano le regole di basi che dovrebbero servire per tutelare il minore dall’identificazione”.

Ma perché una madre può arrivare a uccidere il figlio?
Dietro ogni figlio ucciso da una mamma c’è una mamma con una grave malattia psichiatrica. E’ sempre un problema psichiatrico a condurre alla violenza verso il figlio: e a questo si accompagna, nei casi più drammatici, la solitudine e l’incapacità del sistema socio-sanitario di comprendere il bisogno e fargli fronte. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia: ci fidiamo delle mamme anche quando danno chiari segni di squilibrio, perché pensiamo che una mamma non possa far del male a suo figlio. Ma se c’è un disturbo psichiatrico, questo può accadere, in mancanza di un sostegno adeguato. 

La soluzione, però, in molti casi è la sottrazione del figlio alla madre...
Sì, è quella che si rende necessaria quando il problema è grave. Se la separazione non avviene, o perché la famiglia è particolarmente isolata, o perché gli addetti ai lavori sono impreparati, può verificarsi la tragedia. E’ vero però che non sempre il problema è evidente, esistono gesti improvvisi, in presenza di una malattia mentale non visibile come le altre. 

E quando è il figlio, ad essere problematico, perché è disabile, o malato?
Questa è una storia antica: i romani avevano la rupe  Tarpea, da cui buttavano i figli con problemi fisici o psichici. Oggi per fortuna il mondo è cambiato, ma può capitare che una mamma o un papà non accettino o non riescano a gestire la realtà di un figlio con problemi: e possano arrivare perfino ad ucciderlo. Parliamo di casi limite, piuttosto rari, ma è opportuno valutarli. Credo anzi che, in presenza di famiglie con ragazzi problematici, sia sempre opportuno monitorare, senza creare allarmismi né psicosi. 

Il fenomeno del “figlicidio” è più diffuso in alcune regioni piuttosto che in altre?
No, la violenza in famiglia è trasversale. Anzi, contrariamente a quanto si potrebbe credere, per anni è stato il nord a detenerne il primato. Possiamo dire che ciò che accade tra le mura domestiche risenta poco o niente delle condizioni socio-economiche del contesto. Anzi, spesso le regioni e i quartieri più poveri hanno una maggiore tenuta psicologica. (cl)

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Tag: Femminicidi

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