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A Messina migranti sul palco per rendere omaggio a Pasolini

Si chiama "Vento da Sud-Est”, pièce teatrale portata in scena da Daf- Teatro dell’Esatta Fantasia con un cast di giovani migranti e studenti. Non un rifacimento ma una riflessione sulla forza della parola e dell'incontro

14 novembre 2015

MESSINA - Un palcoscenico buio. Voci che si rincorrono, in una lingua sconosciuta. Inizia così “Vento da Sud-Est”, pièce teatrale portata in scena da DAF - Teatro dell’Esatta Fantasia con un cast di giovani migranti e studenti della provincia di Messina. Un tributo a Pier Paolo Pasolini che, come racconta il regista Angelo Campolo, “non vuole essere né un rifacimento né il tentativo, privo di senso, di adottare uno stile pasoliniano”. Piuttosto, una riflessione sulla forza della parola e sulla potenza dell’incontro, che “parte da Pasolini e dal suo ‘Teorema’ per prendere altre vie, direzioni nuove”. Dopo il debutto, lo scorso 6 novembre a Messina, e una serie di repliche - l’ultima domenica 15 al ridotto dello storico Teatro Vittorio Emanuele II - il “Vento da Sud-Est” di Campolo vuole scompigliare l’Italia, portando in altri territori “un’esperienza che è itinerante come i nostri attori: oggi sono con noi, domani potrebbero essere partiti”.

Dal porto al palco. Il progetto nasce fra le banchine del porto di Messina, calpestate negli ultimi due anni da decine di migliaia di persone arrivate dalla Libia. E’ qui che, lo scorso agosto, Clelia Marano, assistente sociale ed ex-consulente del sindaco per le problematiche sociali, incontra otto ragazzini maliani, fra loro cugini, “riuscendo a evitare che fossero dispersi fra diversi centri di accoglienza”. Nel frattempo, Marano e Alessandro Russo, volontario attivo nell’assistenza ai migranti in transito, decidono di avviare alcuni laboratori per “portare fuori dai centri di prima accoglienza i minori ospitati in città, facendoli interagire con i giovani del posto”. L’incontro con Angelo Campolo, regista e attore messinese ma formatosi con Ronconi al Piccolo Teatro di Milano, da il via all’esperienza.

Pasolini in bambara? Nel buio della prima scena, Ousmane e tre dei suoi cugini, si esprimono in bambara, la loro lingua madre. I quattro giovani maliani sono protagonisti di “Vento da Sud-Est” insieme a due minori nigeriani e a sei italiani, scelti fra le cinquanta domande di partecipazione arrivate. Le parole sono ispirate a ‘Teorema’, film di Pasolini del 1968, e all’omonimo romanzo. Fra tutte, la celebre “domanda a cui non so rispondere” racchiusa nei versi che sigillavano il testo dello scrittore friulano: un’interrogazione sul senso della vita dopo l’irruzione dell’Altro, lo straniero che in ‘Teorema’ distrugge dall’interno l’apparente tranquillità di una famiglia borghese. “In queste voci in bambara”, spiega Campolo, “i ragazzi ricreano l’incanto dei racconti serali attorno al fuoco che vivevano in Mali, ribaltando la visione di Pasolini: lo straniero, per loro, porta guarigione e il suo arrivo costringe a mettersi in viaggio, a cercare porte a cui bussare”.

Un percorso partecipato. Dal bambara, lo spettacolo passa all’italiano, imparato dai ragazzi in soli due mesi di laboratorio intensivo, con incontri quotidiani, per terminare con il francese, lingua ufficiale del Mali. Per Campolo “vederci tutti i giorni ha permesso di costruire lentamente una fiducia e di scrivere il testo in modo partecipato, senza una sceneggiatura predefinita e dando vita a uno scambio che ha arricchito tutti”. Alla dimensione rivoluzionaria dell’ospite inatteso, che scardina le abitudini di una comunità, il Teatro dell’Esatta Fantasia affianca “la storia più zuccherosa che abbiamo di accoglienza in una famiglia, quella di Mary Poppins, la bambinaia trasportata dal vento”.

"Perché sono partito? L'esilio non conosce la dignità. Per aver da mangiare cambi religione, per avere da bere, perdi il rispetto. L’esilio non conosce la dignità. Non c’è niente davanti quando sei nel deserto, tutto è alle spalle come una vita che non ti è appartenuta. L’esilio non conosce la dignità, non conosce la fatica, il sole, il freddo, la prigione. Bisogna avere pazienza, modestia, coraggio, tolleranza". 

La sfida dell’apertura. Queste le parole scritte da Ousmane e recitate nello spettacolo. Segni di un’esperienza profonda, che stride con la rappresentazione grottesca di una famiglia italiana da fiaba, che incarna la paura di chi sente bussare ma non andrà mai ad aprire. E quando, infine, si decide a farlo, sarà troppo tardi: al posto dei giovani africani ci sarà solo una luce accecante. Per Campolo, che ha curato la drammaturgia insieme a Simone Corso, “aprirsi è sempre un rischio, ma chiudersi, come fanno gli italiani nello spettacolo, vittime di una banalizzazione televisiva della vita, è un rischio ancora maggiore”.

Mentre chiude il centro “Ahmed”. Quella dei dodici ragazzi di “Vento da Sud-Est” è dunque una sfida vinta e per Marano e Russo, che nel frattempo hanno avviato altri laboratori artistici, è anche “una sfida alla città di Messina, per far capire che, nonostante gli enormi problemi del territorio, si può fare inclusione sociale a costo zero”. Nel frattempo il centro “Ahmed”, struttura di primissima accoglienza aperta un anno fa, potrebbe chiudere alla fine di novembre, quando cesserà la convenzione fra Prefettura e ente gestore, disperdendo in altre strutture nazionali i 190 minori non accompagnati che ci abitano da mesi, fra cui i giovani attori dello spettacolo. Rischiando così di far perdere la sfida dell’accoglienza, già messa alla prova, di recente, dalle condizioni critiche dei minori ospitati nella palestra Gravitelli. (Giacomo Zandonini)

 

 

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