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"Qualcuno volò sul nido del cuculo" compie 40 anni, ma il disagio non esce di scena

Psichiatria: continua il successo in teatro della versione firmata da Gassman-De Giovanni, che attualizza quello che, tra gli anni ’60 e gli ’80, fu un successo planetario. De Giovanni: “Più che la follia io metto in risalto l’inadeguatezza di vivere”

19 novembre 2015

Qualcuno volò sul nido del cuculo 1

NAPOLI - È già al secondo anno di repliche “Qualcuno volò sul nido del cuculo” per la regia di Alessandro Gassman con l’adattamento del testo originale di Ken Kesey a cura del noto scrittore di romanzi “neri” Maurizio De Giovanni. La versione firmata da Gassman-De Giovanni attualizza quello che, tra gli anni ’60 e gli ’80 fu un successo planetario: prima romanzo (1962), poi spettacolo teatrale (1971) e poi film di Miloš Forman con Jack Nicholson (1975), che quarant’anni fa rese universale la storia dell’amicizia tra il delinquente Randle McMurphy e i suoi compagni di reclusione nell’ospedale psichiatrico dove viene tradotto perché si finge pazzo per evitare la prigione.

- Nell’adattamento di Maurizio de Giovanni, McMurphy diventa Dario Danise, bullo napoletano spaccone e anticonformista che nell’ospedale psichiatrico di Aversa – dove è ambientato lo spettacolo, con data 1982 – comprende la condizione di sottomissione e paura in cui sono costretti i pazienti e si adopera per emanciparli dalla loro stessa passività e inerzia. Inizia così una battaglia contro un sistema repressivo ingiusto e crudele, che non lascia spazio alla libertà del pensiero, ai sentimenti, alla volontà individuale. De Giovanni ci conduce attraverso il disagio dei personaggi, ci fa vedere le loro fobie e le loro fissazioni, ci rende umana e comune la pazzia ma, soprattutto, ci rende emotivamente partecipi di una ribellione collettiva a quella che è un’ingiustizia sociale ancora perpetrata: la repressione della volontà e della dignità della persona, la sua riduzione a uno stato di impotenza quasi vegetale.

De Giovanni, si è ispirato al film per l’adattamento?
No, mi sono rifatto al copione teatrale che fu rappresentato a Broadway nel 1971, a sua volta tratto dal romanzo di Kesey. Attenersi al film sarebbe stato sbagliato perché è molto americano, avrebbe creato una distanza troppo grande con lo spettatore italiano. Nel teatro, molto più che nel cinema, c’è bisogno di una forte empatia con ciò che vedi, e poi il film è insuperabile: mettersi al confronto sarebbe stato sbagliato. Quella sceneggiatura fantastica e la regia di immenso valore sono ineguagliabili.

Qualcuno volò sul nido del cuculo 2

Sono passati quarant’anni da quando abbiamo visto Jack Nicholson nella versione cinematografica. Cos’è cambiato da allora?
All’epoca era più evidente l’atteggiamento punitivo nei confronti della diversità che era considerata di per sé un delitto, sufficiente affinché fosse ghettizzata e tenuta al chiuso. Oggi la diversità invece può anche essere apprezzata e vista come una ricchezza.Più che la follia io metto in risalto l’inadeguatezza di vivere. I personaggi hanno paura di vivere nel mondo più di quanto il mondo non abbia paura di loro: volevo mettere in evidenza la via di fuga dalla realtà, il fatto che per questo gruppo di persone è il mondo a essere chiuso fuori, non loro chiusi dentro. Il mio protagonista invece vuole portarli fuori e cerca di risolvere le loro paure.

Nel suo adattamento la vicenda è ambientata nell’Opg di Aversa, anche se retrodatata al 1982. Un luogo che oggi non dovrebbe più esistere, e invece ancora c’è. Lei cosa ne pensa?
Da un lato mi fa orrore il pensiero di questi ghetti ma dall’altro è anche vero che non si può dare alle famiglie il peso totale della gestione di situazioni spesso veramente difficili e gravi. Mi sembrano due alternative inaccettabili e, allo stesso tempo, entrambe potrebbero essere valide se lo Stato fosse più presente e riuscisse a garantire un’assistenza adeguata a domicilio o se gli Opg fossero posti più umani e graduati in base alla gravità delle patologie, potrebbero essere molto meglio di come sono adesso.

Qualcuno volò sul nido del cuculo 3

Il commissario Ricciardi, protagonista del suo ciclo di romanzi più noto, si considera in qualche modo un pazzo visionario. Lei come vede la pazzia?
La pazzia così come categoria direi che non esiste. Esistono vari tipi di paura, di fuga dalla realtà e di alterazione dei processi mentali. Mi chiedo fino a che punto, in altre epoche, personalità come Einstein o John Lennon o Giovanna D’Arco potessero essere considerate pazze. Non saprei dire fino a che punto avrei firmato quella diagnosi: la capacità di analizzare la mente umana è ben al di là dal diventare una cosa oggettiva. Sono più propenso a credere che le varie differenziazioni dell’atteggiamento mentale siano un portafoglio più ampio dell’etichetta della pazzia.

Spesso tratta di temi sociali nei suoi romanzi e nei racconti. Crede che lo scrittore debba avere una vocazione civile?
La funzione civile va lasciata a chi ha professionalità, strumenti e cultura adeguati. Noi scrittori abbiamo il dovere e il diritto al tempo stesso di avere le nostre idee e, nel raccontare storie, racconteremo anche parte della nostra identità e di noi stessi. Sta poi agli altri interpretare. I modelli buoni o cattivi sono creati dalla società: noi possiamo solo raccontare. (Ida Palisi)

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