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Il papa in Africa abbraccia i poveri, le ong: "Sono loro il centro del mondo"

L'analisi del direttore della Focsiv: dalla povertà alla corruzione, dal capitalismo alle grandi malattie, passando per le discriminazioni sociali e il terrorismo. "La visita del pontefice in Kenya, Uganda e Repubblica centrafricana porta un messaggio: lo sviluppo senza uguaglianza non è più sostenibile"

25 novembre 2015

- ROMA - "Ripartire dalla misericordia e dagli ultimi, perchè il vero centro del mondo non è Roma ma sono i poveri". Questo è il messaggio che papa Francesco porta con sé, nella storica visita in Africa iniziata oggi, secondo l'analisi di Attilio Ascani, direttore della Focsiv, federazione di oltre 70 ong cristiane. Tre tappe in 6 giorni: Kenya, Uganda e Repubblica centrafricana. Un viaggio emblematico nel cuore dell'Africa della povertà, delle malattie, del capitalismo ipertecnologico, delle tribù millenarie che coesistono insieme alle religioni: animista, cristiana, musulmana.

"Kenya e Uganda sono paesi in crescita con importanti problematiche interne - spiega Ascani - . Il ruolo della chiesa relativamente a povertà e crescita economica che non necessariamente diventano patrimonio generale è molto forte. Lo sviluppo va avanti ma rimangono importanti sacche di povertà, perchè il benessere non entra nel tessuto sociale. Oggi il papa arriva a Nairobi, nello stesso giorno in cui si conclude la Conferenza episcopale dell’Africa sul land grabbing con 120 delegati di diocesi africane. Una coincidenza del tutto emblematica per mettere sotto i riflettori il tema dell'accaparramento delle terre da parte delle imprese capitalistiche".

"Kenya e Uganda hanno storie di successo, un successo che però non arriva alla gente, nelle aree rurali, marginali - prosegue il direttore della Focsiv - Perciò il tema sociale è in crescita: dalla povertà diffusa nascono marginalizzazioni e discriminazioni. Esiste un benessere di stile europeo: nelle città c'è l' imprenditoria, c'è una classe media in crescita, ma anche corruzione e disparità perchè la crescita del pil implica l'aumento del costo della vita, che va bene per chi ha entrate ma non per le famiglie con problemi di Aids, per le mamme sole. Ecco, per loro la situazione peggiora. Lo vediamo anche in Etiopia, ma chi non è riuscito a salire sul treno dello sviluppo sta peggio e oggi sono ancora la maggior parte della popolazione".

"Il messaggio del papa è che lo sviluppo non può essere per pochi, perchè questo genera risentimenti malcontento e violenza. La questione di quanto questo messaggio potrà essere recepito dalla politica è aperta, perché i governanti rispondono a modelli di sviluppo di concezione capitalistica, invece il papa metterà in evidenza quello che ha scritto nell’enciclica 'Laudato si'": no alla cultura dello scarto".

Le chiese cristiane hanno numeri importanti in Kenya e Uganda, ma ad oggi non in grado di influenzare la politica. In ogni caso la voce della chiesa dovrà farsi sentire: fino a prima dell’enciclica, non è stato messo in discussione il sistema, in questo senso l'America latina è molto più avanti. Rispetto alla povertà la Caritas ha moltissime strutture, ma manca una lettura politica adeguata che si traduca in proposte concrete, nella costruzioni di modelli di politica da mettere sul tavolo di chi governo. Il problema è che in Africa le chiese cristiane sono minoranze".

Per quanto riguarda il terrorismo, in passato in Kenya ci sono stati due attentati alle ambasciate americane: ma si tratta di un 'problema di importazione'. Gli attacchi terroristici sono legati alla presenza di truppe kenyote come forza di pacificazione in Somalia sotto il controllo dell’Unione africana, per sostenere il governo di Mogadiscio contro l’estremismo islamico di Al-Shabab. Il Kenya paga un prezzo importante alla lotta all'estremismo e la possibilità di radicalizzazione esiste. Non dimentichiamo che nel nord del Kenya esiste il campo profughi più grande del mondo: 500 mila somali, una realtà ingestibile, tanto che il Kenya ha chiesto la rilocazione in Somalia, perchè è troppo grande il grado di instabilità".

Inoltre, non si può non parlare di ambiente: "Lo sviluppo di dighe in Etiopia avrà ripercussioni sul nord del  Kenya, per le tribù che vivono nell'area del lago Turkana, che rischiano di restare senza la loro attività: i pascoli si ridurrano, e il destino della popolazione è quello di diventare manovalanza a buon mercato, di emigrare nelle città, e di finire nelle foto dei turisti, come accade già ai Masai".

In questa cornice la voce della cooperazione internazionale chiede di pensare allo sviluppo dell'agricoltura contadina: "Il cuore economico del paese è e resta l’agricoltura, ma se questo avviene attraverso le imprese industriali lo sviluppo diventa insostenibile. Servono invece investimenti che permettano alle famiglie di lavorare: è questo il lavoro delle ong. Crescita, agricoltura familiare, reddito, produttività, accompagnamento tecnologico, accesso al credito, controllo della terra. E' questo l'unico approccio alla produttività agricola che sia ecosostenibile: la gestione capitalistica non è sostenibile. Poi c'è il discorso del turismo che in Kenya non ha ritorno sulla popolazione perchè non crea reddito né lavoro, ma è un'industria che viene gestita da imprese turitsitiche occidentali con pochi benefici per il territorio". Infine la salute: "Ci sono pochi investimenti, ma le grandi malattie hanno bisogno di un sistema sanitario che funzioni. La chiesa è molto attiva, il problema è che l'Oms si è concentrata solo su Aids e malaria, ma si continua a morire di parto, diarrea morbillo, o perchè l'ospedale è troppo lontano".

Un quadro a parte merita la Repubblica centrafricana: "Una visita emblematica: lì oltre alla povertà c'è un paese fragile, diverso da Kenya e Uganda, che non è decollato, perchè è bloccato da violenza e miseria. Il papa rischia di essere coinvolto nella spirale: si tratta di un paese dove cristiani e musulmani si combattono con estrema violenza e lui ha programmato una preghiera condivisa, dando un messaggio di fortissimo impatto: portare riconciliazione e misericordia là dove i cristiani non sono solo vittime di violenza ma anche attori". (ab) 

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