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Noi malati di Aids della Casetta rossa: soli e abbandonati da tutti

Le storie dei residenti nel centro “I Tulipani” gestito dall’Anlaids vicino a Perugia. “Facevo le pulizie a scuola, ma solo quando non c’erano i bambini”. “In chiesa pur di non sedersi vicino a me restavano in piedi”. “Qui un prete non viene mai, neanche a benedire la casa…”

01 dicembre 2015

Il centro "I Tulipani"
Casa Tulipani

PERUGIA – C’è una casetta rossa non lontano da Perugia, nel mezzo della campagna umbra, a cinque minuti dalla quiete del lago Trasimeno. S’intravede da una strada di pietre, all’ombra di ulivi e cipressi. È il centro “I Tulipani” gestito e diretto da Bruno Marchetti, vicepresidente dell’associazione Anlaids. Qui da vent’anni vengono accolte persone malate di Aids, uomini e donne che hanno bisogno di assistenza e di cure mediche.

Inizialmente lo scopo di questa casa alloggio era quello di offrire un tetto e quel minimo di calore umano a chi era ormai giunto alla fase terminale della malattia. Oggi fortunatamente non è più così. Grazie alle nuove terapie antiretrovirali, i malati di Aids hanno una prospettiva di vita più lunga e questa struttura non è più un luogo di passaggio, ma una vera casa dove convivono quindici persone. Se dagli anni ‘80 molte cose sono quindi cambiate con le nuove cure, ciò che è rimasto immutato è il pregiudizio nei confronti dei sieropositivi. 

Un disegno della Casetta rossa
Casa Tulipani 2

A parlare per primo è il “nonno” della casetta rossa. Si chiama Marco, ha sessant’anni e ha contratto l’Hiv nel 1983. Erano anni duri in cui nessuno conosceva il virus e non c’erano terapie. Marco, ex tossicodipendente, ha scoperto di aver contratto il virus quando era detenuto in un carcere del milanese. Con tanta forza di volontà, ha chiuso con l’eroina e ha iniziato un suo cammino. “Io sono andato avanti, ho iniziato a fare un percorso per migliorare. Ho imparato due bei mestieri, il lavoro nei campi e quello in tipografia. Ho anche conosciuto una donna e ho avuto una figlia sana che oggi ha vent’anni”.

Parla con tono pacato, Marco, e mostra le sue sculture, i suoi dipinti. Poi si ferma e continua il racconto. “Ho lavorato anche in una scuola, facevo le pulizie, ma ho avuto tanti problemi perché i genitori temevano che potessi contagiare i figli. La direttrice mi ha detto che era meglio seguire alcune linee di condotta: dovevo andare a scuola quando i bambini non c’erano e se andavo a lavorare la mattina, dovevo passare dalle scale sul retro per non farmi vedere. Mi sentivo isolato. Io però sono una persona come tutte le altre e questo non è giusto”. Emarginazione e discriminazione che hanno accompagnato la sua vita. “Il primo isolamento l’ho vissuto quando ho scoperto di avere l’hiv. Ero in carcere e venivo scansato da tutti, messo in un angolo, a volte picchiato dalle guardie. Appena sono uscito, anche i miei ex amici mi hanno lasciato da solo, non mi davano neanche la mano. E sentirsi isolato non è bello”. 

Due ospiti della struttura
Casa Tulipani 3

Accorgersi di essere improvvisamente soli a combattere contro un virus subdolo. È quello che hanno vissuto anche gli altri ospiti del centro “I Tulipani”. Una di loro è Maria, arrivata qui nel 2006 dopo tre ricoveri in ospedale. “Nella mia vita precedente – prima dell’Aids – ero una donna che ce l’aveva fatta. Lavoravo anche 15 ore al giorno, pagavo le bollette e l’assicurazione dell’auto. Ero forte. Poi nella seconda vita – quella da sieropositiva – mi sono accorta che non potevo fare niente da sola. Io per fortuna ho una figlia e lei è stata la mia forza”. Inizialmente Maria non prendeva i farmaci, si era lasciata andare. “L’Aids ti fa perdere la dignità. Per esempio, quando andavo in autobus dovevo avere sempre un sacchetto di plastica con me perché mi veniva da vomitare. Per questo posso dire di aver toccato il fondo”

Casa Tulipani 4

Grazie a sua figlia e al centro I Tulipani, Maria adesso sta meglio e il suo corpo si sta riprendendo. - A fare veramente male, ora, è la discriminazione da parte di una società ancora miope. “Le persone del paese ci evitano. Io sono molto cristiana, ma da tempo non entro in chiesa perché quando andavo nessuno si sedeva accanto a me, preferivano stare in piedi pur di non avvicinarsi. Qui alla casetta rossa non viene nessun prete a fare la benedizione per Pasqua. E quando lo scorso 2 giugno, alla festa del paese, ho incontrato un prete che conoscevo e l’ho salutato, lui si è girato dall’altra parte”. 

“Molti qui sono totalmente soli, – spiega Carmela, un'altra ospite del centro – da poco è morto Gianni, che stava ai Tulipani da anni e nessuno è venuto al suo funerale, neanche i parenti. C’eravamo solo noi”. Carmela ha contratto il virus dal suo ex marito e dopo numerosi ricoveri è arrivata ai Tulipani dove ormai vive da tempo.

Alcuni ospiti della casetta rossa invece sono riusciti a fare un passo importante: sono tornati ad avere una vita indipendente, a Perugia. Uno di loro è Gaetano che incontriamo nel suo nuovo appartamento nel capoluogo umbro. “Da poco ho perso il mio miglior amico, Gianni – racconta – , era il mio compagno di stanza ai Tulipani.Un uomo buono, sempre con il sorriso. Dato che aveva l’Aids era stato abbandonato da tutti. Neanche suo zio, che è un vescovo, è venuto a dargli l’ultimo saluto”. (Nicole Di Giulio, Antonella Spinelli)

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Tag: aids, giornata mondiale Aids, Perugia, Discriminazione, Hiv/Aids

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