:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

L'arte nelle mani. Felice Tagliaferri e la sua lotta per una scultura da toccare

Era cieco da oltre dieci anni quando decise di frequentare un corso di scultura per non vedenti. Una scelta che gli ha cambiato la vita e ha fatto dell’artista bolognese una figura unica nel panorama internazionale. Celebre per il suo Cristo rivelato, e non solo

03 gennaio 2016

ROMA - L’indipendenza per lui rappresenta il valore supremo. Tanto che a un certo punto è riuscito a emanciparsi dai suoi stessi occhi. Con un centinaio di opere esposte in tutto il mondo, Felice Tagliaferri è oggi noto come lo scultore cieco “che lotta perché chiunque possa toccare le opere d’arte”, come lo ha definito la Bbc in un’intervista di qualche tempo fa. La vista lo aveva abbandonato ormai da un decennio, quando iniziò a lavorare la creta. A portargliela via, a 14 anni appena, fu un’atrofia del nervo ottico, una condizione che in nessun modo poteva essere fermata.

Figlio di una famiglia operaia che dalla Puglia era emigrata a Bologna, Felice iniziò quindi una gioiosa e complicata lotta per l’autonomia. “Uscii di casa a diciotto anni – ricorda nell’intervista su SuperAbile Inail, la rivista per la disabilità – e feci di tutto per mantenermi: lavorai come centralinista, aprii una bottega d’antiquariato, fui perfino attore in una compagnia di giro”. Finché, a 25 anni, l’incontro con lo scultore bolognese Nicola Zamboni gli cambia l’esistenza: “Teneva un corso per non vedenti. Io mi iscrissi, e dopo tre mesi avevo già capito che sarebbe stata la mia vita. Quell’esperienza aveva mosso qualcosa di potente dentro di me: fu esattamente questo che dissi a Zam- boni, spiegandogli che volevo mi prendesse a bottega e che non avrei accettato un rifiuto”.

Lei a quel punto era cieco da oltre dieci anni. Come ha fatto a confrontarsi con un’attività che richiede un così intimo rapporto con l’immagine?
All’inizio fu un lavoro introspettivo. Mi tuffai nella memoria, per scovare e ricostruire tutte quelle immagini che avevo visto nei primi anni della mia vita. La Nonna del Sud, per esempio, rappresenta una donna che avevo visto a Foggia, da bambino. Nei primi anni ho scolpito quasi ogni immagine che mi era rimasta impressa durante l’infanzia. A un certo punto, però, quel repertorio ha iniziato a esaurirsi, e c’è stato bisogno di un cambiamento. Qualche anno fa, un centro carni mi chiese di raffigurare una mucca, e io dovetti arrendermi al fatto di non ricordare assolutamente come fosse fatta. Il problema più grande sono i dettagli: anche i vedenti tendono a dimenticarli, ma loro una mucca possono rivederla in qualsiasi momento. Io invece dovetti andarmene in una stalla, per poterne toccare una. E ci rimasi per due giorni, prima di riuscire a ricostruirla dentro di me.

È così che è iniziato il suo percorso con l’arte tattile?
Più o meno sì, perché un artista ha bisogno di rapportarsi anche alle opere altrui, oltre che agli oggetti che vorrebbe raffigurare. Per un cieco, l’unica possibilità è rappresentata dal tatto, ma la maggior parte dei musei sono totalmente insensibili a questa esigenza. L’arte dovrebbe essere patrimonio dell’umanità, ma di fatto tre milioni di ciechi si ritrovano praticamente esclusi dalla fruizione artistica.

La sua opera più celebre è proprio il Cristo rivelato, una reinterpretazione del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, che lei iniziò a scolpire dopo che alla cappella Sansevero di Napoli le fu impedito di toccare l’originale. Quella scultura nasce come una provocazione?
Non esattamente. Lo scopo era stimolare una riflessione genuina rispetto al rapporto che le persone cieche hanno con l’arte. La maggior parte dei musei motiva il divieto alla fruizione tattile con la necessità di preservare le opere dall’usura, ma in realtà si tratta spesso di un argomento pretestuoso. Il Cristo che ho realizzato può essere toccato da chiunque, e in questo modo ho voluto dimostrare che un blocco di marmo non può rovinarsi solo a causa dello sfioramento, specialmente da parte di dita esperte. Certo, ci sono opere che presentano particolari necessità di conservazione, ma anche in quei casi si potrebbe far molto, per esempio realizzando copie degli originali. Invece le cose vengono lasciate semplicemente come sono.

Come si riflette tutto questo sul panorama artistico?
Di certo non è positivo. In Italia esiste una produzione da parte dei ciechi, ma è ancora molto limitata. Di scultori ce ne sono quattro o cinque, alcuni molto bravi, ma non riescono a vivere della loro arte. Tutto questo non fa che rafforzare stereotipi negativi sui limiti legati alla disabilità, quando di fatto è vero il contrario: la mia storia e quelle di tanti altri dimostrano che, se c’è una forte volontà, tutto è possibile. Anche a livello di musei siamo ancora al grado zero. Se si escludono l’Anteros di Bologna e il museo tattile Omero di Ancona, non c’è praticamente nulla. Dal canto mio, col tempo ho cercato di rendere le mie opere sempre più ricche dal punto di vista tattile: nelle teste di cavallo che ho scolpito, ad esempio, la consistenza dei dettagli è assolutamente realistica. Toccandole, si ha la sensazione di avere tra le mani una criniera, delle orecchie, un muso.

È per questo che ha iniziato a insegnare ai non vedenti?
Questo non è esatto. Con la mia scuola, la Chiesa dell’arte (Chiesadellarte.it), io insegno la scultura a delle persone: tra loro ci sono ciechi, come disabili motori e normodotati. Ho lavorato anche con ragazzi tetraplegici, che non potevano muovere né braccia né gambe: per scolpire usano il naso, la bocca, a dimostrazione che nulla è impossibile se si ha una forte motivazione.

Recentemente, Silvio Soldini ha realizzato il documentario Un albero indiano sulla sua esperienza come insegnante in una scuola per ragazzi disabili e svantaggiati a Shilong, in India. Com’è finito a lavorare lì?
L’idea fu della ong Cbm Italia onlus. A una mia mostra milanese incontrai Massimo Maggio, il direttore: fu lui a chiedermi di andare lì. Quei ragazzi non avevano mai avuto il benché minimo contatto con l’arte, e Maggio era genuinamente convinto che potessimo cambiare loro la vita. Oggi so che aveva ragione, perché ci siamo preoccupati anche di formare degli insegnanti, che a loro volta saranno in grado di formarne altri. In questo modo, sappiamo che per i prossimi 50 anni in quella scuola ci sarà qualcuno che insegnerà l’arte. Soldini mi aveva già voluto in Per altri occhi, il suo primo documentario sui ciechi: quando ha saputo di questa iniziativa è stato entusiasta, e ha deciso di farne un altro film.

Cosa ricorda di quel viaggio?
È stata un’esperienza molto intensa. In India tutto è dopato, amplificato: suoni, odori, sensazioni. Per un cieco è qualcosa di incredibile. (Antonio Storto)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa