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“E tu slegalo subito”: stop alla violenza della contenzione, dagli ospedali ai Cie

È l’appello lanciato dal Forum Salute Mentale Nazionale che presenta la campagna promossa da numerose associazioni. “Legare una persona a un letto è una pratica che viola i diritti umani e non può essere considerata una terapia”

21 gennaio 2016

Roma - A chi chiedeva a Franco Basaglia come ci si dovesse comportare davanti ad un uomo legato, la sua risposta era sempre la stessa: “E tu slegalo subito”. In nessun caso è lecito negare la dignità ad un essere umano: parte da questa consapevolezza la campagna nazionale promossa dal Forum della Salute Mentale “E tu slegalo subito”, presentata questo pomeriggio a Roma e sostenuta da numerose associazioni.  La contenzione, praticata con lacci, cinghie e fasce, ma anche attraverso dosi massicce di psicofarmaci, è diffusa ancora oggi nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura degli ospedali, nelle carceri, nelle case di riposo per anziani, negli istituti per disabili, minori o tossicodipendenti, nelle case di cura, negli Opg ancora aperti e nelle Rems, come pure nei Centri di Identificazione ed Espulsione. “È una violazione dei diritti umani e non può essere considerata una terapia”, ha affermato Vito D’Anza, portavoce nazionale del Forum Salute Mentale e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Pistoia. “Secondo una ricerca del Ministero della Salute, nel 2004 il 70 per cento delle persone ricoverate in 300 servizi psichiatrici di diagnosi e cura (spdc) erano legate a un letto. La contenzione meccanica riduce il paziente ad un oggetto. Il nostro obiettivo è quello di riuscire ad attivare una commissione parlamentare di indagini e di controllo per abolirla definitivamente”,

Secondo Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani al Senato, “a differenza di quanto accade in un carcere o in un Cie, la contenzione vive negli angoli più oscuri della nostra organizzazione sociale ed è sconosciuta alla maggior parte delle persone. È una prassi che si ripete e viola il diritto del paziente all’autodeterminazione. Un malato che entra nelle strutture sanitarie perde quelle garanzie che una società civile deve garantire”. Come si legge nel manifesto della campagna “essere legati a un letto impaurisce, ferisce e umilia i pazienti, ma anche gli operatori sanitari, ridotti a freddi custodi”. Per Gisella Trincas di Unasam, “questa campagna non è rivolta solo ai familiari dei pazienti che subiscono questa pratica ma anche ai medici e agli infermieri che possono dire di no. Disobbedire si può”. 

Non esistono dati aggiornati su quante persone vivono legate, come ha spiegato Tonino Aceti di Cittadinanzattiva Tribunale Diritti del Malato. “Si fa ricorso alla contenzione ma non la si formalizza neanche nelle cartelle cliniche. Nelle case di cura ci sono anziani perfettamente coscienti costretti dentro a un letto con sbarre perché non c’è personale a sufficienza. Oppure sono obbligati a mangiare alle 17 anche se non hanno fame perché solo a quell’ora ci sono operatori disponibili. Anche questa è una forma di contenzione”. 

L’uso dei letti di contenzione, sopravvissuto alla chiusura dei manicomi, ma anche l’abuso di psicofarmaci sono la prova più chiara di quanto sia ancora viva l’immagine del ‘matto’ pericoloso e inguaribile. E le tragiche morti degli ultimi anni lo dimostrano: Francesco Mastrogiovanni, maestro di cinquantotto anni, è morto nel servizio psichiatrico di Vallo della Lucania nel 2009, dopo 4 giorni di contenzione; tre anni prima, nel 2006, moriva nel Servizio psichiatrico dell’ospedale “Santissima Trinità” di Cagliari, Giuseppe Casu, fruttivendolo sessantenne, rimasto legato per una settimana al letto. “Due morti che sembrano eccezioni, due morti non silenziate”, si legge nel programma della campagna. “Molti altri ‘incidenti’ sono accaduti ma non lo potremmo mai sapere. Vorremmo che ci fosse più trasparenza e che il Ministero della Salute chieda alle Regioni un report mensile di quanto accade negli istituti”.

Pino Roveredoall’età di 17 anni è stato rinchiuso in un manicomio: “Mi tenevano in una gabbia o in un letto di contenzione. Ora da 30 anni lavoro nel sociale ma quello che ho vissuto non è una storia passata. Succede ancora. Oggi il pericolo più grande è la mancanza di conoscenza: la violenza si combatte con l’informazione”, ha raccontato durante la presentazione della campagna.

Per superare quella che viene definita una vera e propria tortura, secondo il Forum della Salute Mentale c’è bisogno di operatori capaci di tenere insieme competenza ed etica, in grado di opporsi e disubbidire, e di protocolli che prevedano il non ricorso alla contenzione. “È urgente è necessario un cambiamento radicale. Occorre che chi cura e chi è curato sia consapevole dei propri diritti. Abbiamo necessità di una comunità informata e partecipe, capace di riconoscere ciò che accade alle persone nei momenti di maggiore fragilità e dolore”.

L’obiettivo della campagna è quello di raccogliere il maggior numero possibile di adesioni, anche attraverso la pagina Facebook. Il Forum Salute Mentale chiede un monitoraggio attento e accessibile a tutti del ricorso nei luoghi di cura alla contenzione. Inoltre, saranno sostenute le denunce delle persone che hanno subito la contenzione e le vertenze degli operatori che intendono disobbedire a questa pratica. 

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Tag: unasam, psichiatria, Anziani, Contenzione, Basaglia, carcere

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