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Family Day, no al ddl Cirinnà: “I bambini non si comprano”

Al Circo Massimo grande affluenza per l’evento promosso dal Comitato “Difendiamo i nostri figli”: equiparazione sostanziale con il matrimonio e utero in affitto i bersagli principali: “Il vero diritto civile è quello dei bambini ad avere una mamma e un papà”

30 gennaio 2016

ROMA – La scommessa, con un Circo Massimo tutto esaurito, l’hanno vinta. Il Family Day 2016 è un successo di partecipazione e rende visibile il giudizio che una parte della popolazione italiana ha del disegno di legge Cirinnà: sbagliato e pericoloso. “Siamo due milioni”, dice dal palco il portavoce Massimo Gandolfini, e - aldilà delle considerazioni numeriche (non erano due milioni ma certamente erano almeno cinque volte di più di quelli che sette giorni fa sono scesi nelle 100 piazze “arcobaleno” per la manifestazione a favore del ddl Cirinnà, dove neppure lontanamente c’era il milione di persone di cui si è parlato) - rimane il fatto innegabile che per il Comitato “Difendiamo i nostri figli”, che ha organizzato la manifestazione, si sia trattato di una scommessa riuscita. La scommessa di uno sparuto gruppo di piccole associazioni che ha dato spazio e voce ad un sentimento diffuso, aldilà della appartenenze politiche e partitiche.

family day 2016 striscione renzi

Il no al ddl Cirinnà è totale: un pessimo testo, secondo i promotori, anzitutto perché di fatto equipara le unioni civili fra persone dello stesso sesso al matrimonio, con l’applicazione di larga parte del codice civile e di tutte le norme di legge oggi previste per i coniugi, e in secondo luogo perché, attraverso il meccanismo della stepchild adoption, apre la strada alla possibilità, per una coppia omosessuale, di “procurarsi” un figlio all’estero e di adottarlo nel nostro paese. “Il ddl Cirinnà vuole attaccare il cartellino del prezzo sui bambini: siamo qui per ricordare che i figli non si comprano e che ogni bambino ha diritto ad una mamma e a un papà”, viene ricordato. C’è il no alla pratica della maternità surrogata (utero in affitto), sia essa compiuta da coppie omosessuali o eterosessuali, c’è il richiamo ai diritti dei bambini (“i veri diritti civili”), c’è la sfida diretta al presidente del Consiglio Renzi, che si incanala con lo slogan: “Renzi ci ricorderemo”. Ci sono in piazza gli elettori di molti partiti diversi, dicono gli organizzatori, e nei prossimi giorni staremo attenti alle decisioni del Parlamento e di ogni singolo parlamentare. Ci sono alcuni politici, nessuno però sul palco: c’è il ministro dell’Ambiente Galletti, numerosi parlamentari di Ncd, Area popolare, Idea (i fuoriusciti da Ncd proprio in polemica contro l’atteggiamento troppo morbido a loro modo avuto dal partito di Alfano sulla questione unioni civili), i governatori di Lombardia e Liguria, il Pd Fioroni. Da martedì, le votazioni in Senato.

family day 2016 - il circo massimo

Al centro della polemica è soprattutto la stepchild adoption: norma che certamente varrà per i bambini che già oggi vivono con una coppia omosessuale ma che apre la possibilità nei fatti di far ricorso all’estero all’utero in affitto per poi adottare i bambini una volta tornati in Italia. La pratica (contro la quale è prevista per martedì prossimo a Parigi una iniziativa internazionale promossa da ambienti del femminismo) viene raccontata nel dettaglio dall’attivista statunitense Jennifer Lahl, presidente del centro bioetico e culturale americano, che proveniente dalla California (la “patria dell'utero in affitto”) invita a contrastare una pratica lesiva della dignità della donna. E racconta i casi più disparati, come quelli di due madri surrogate alle quali i "committenti" (una coppia eterosessuale e un gay single) hanno chiesto di eliminare uno dei tre gemelli che portano in grembo per una semplice questione numerica. "La maternità surrogata tratta i bambini come prodotti da vendere e da compare, di cui disfarsi quando non servono più". "Siamo qui – viene detto dal palco - a dimostrare un'ovvietà, che non si può mercificare in corpo di una donna", e che men che meno si può nei fatti favorire quella che è una vera e propria “industria che frutta decine di miliardi di dollari". (ska)

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