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“Ripensare la progettazione urbana”, per una città a misura di donna

Le strutture delle città non tengono conto delle relazioni e dei tempi per raggiungere i vari spazi di vita. Conciliare è difficile, soprattutto per le donne, e quelle disabili hanno in più il carico della disabilità. Piera Nobili (Cerpa Italia): “Bisogna creare servizi diffusi, rivedere i tempi di funzionamento della città e la mobilità”

02 febbraio 2016

Piera Nobili
Piera Nobili

RAVENNA - Le donne disabili subiscono una discriminazione multipla: come donne; come disabili; come donne disabili. Per superarla anche l’architettura, l’urbanistica e il vasto campo della progettazione possono fare molto. Ma servono conoscenza, consapevolezza e lavoro di squadra. Serve, soprattutto, “dar voce alle donne, ai loro bisogni, ai loro desideri”. A parlare è Piera Nobili: architetta, progettista, cotitolare dello studio Othe di Ravenna, oggi è vicepresidente di Cerpa Italia onlus, dopo esserne stata presidente, e codirettrice tecnica del Criba Emilia-Romagna. “La marginalizzazione delle donne nel disegno urbano – dice – non riguarda solo l’urbanistica, ma anche come l’insieme funziona, come le singole parti si relazionano fra loro e quali servizi la città offre”.


Perché nella progettazione è importante adottare un approccio di genere?
L’argomento è molto vasto, cerco di sintetizzarlo. Ogni città, non solo quelle grandi, ha una struttura urbana che non tiene conto delle relazioni e dei tempi per raggiungere i vari spazi di vita. È ancora organizzata per zone: residenziali, lavorative, di servizio, eccetera. Questo comporta una serie di trasferimenti. Le donne, dovendo occuparsi di più mansioni, si trovano a zigzagare per la città, spesso utilizzando più mezzi. Cercando di conciliare i tempi e i bisogni altrui e propri, gestiscono l’entropia ricca di imprevisti. Sono ‘donne sandwich’, strette tra più impegni – il lavoro, la casa, la cura di figli e genitori anziani – per periodi che non si esauriscono in pochi mesi, ma possono durare decenni. Per evitare questa situazione si dovrebbe, da una parte, riconoscere e valorizzare il lavoro di cura delle donne, dall’altra rivedere i tempi di funzionamento della città, l’organizzazione della mobilità e si dovrebbero creare servizi diffusi, come si fa nel nord Europa. Ad Amsterdam, per esempio, stanno completando un vasto progetto per inurbare 45 mila abitanti, prevedendo, per bacini di 4-5mila persone, dei centri di riferimento al servizio delle famiglie anziane, monogenitoriali o con figli disabili.

E qual è invece la situazione che si trovano a vivere le donne disabili?
Le donne disabili vivono le difficoltà delle donne, con in più il carico della disabilità. La loro è una discriminazione multipla: addizionale, moltiplicatrice o interiezionale, che avviene a livello di ambiente sia fisico che relazionale, di tempi di vita, di servizi, di lavoro, di istruzione, eccetera. Il problema è che le donne disabili hanno poca voce, anche all’interno delle associazioni che rappresentano i disabili, salvo poche eccezioni, come il Gruppo donne della Uildm. A volte vengono troppo protette dalle loro famiglie, che le rendono meno autonome di quanto non facciano con i figli maschi disabili. Sono anche altri gli aspetti che minano l’autonomia delle donne con disabilità. Ad esempio, per poter uscire di casa sono fondamentali i trasporti pubblici e questi non sono fruibili, se non in rari casi. La maggior parte delle donne con disabilità per muoversi dipende da parenti, amiche e amici, associazioni di volontariato, servizi di piazza e della pubblica assistenza; la loro assenza o impossibilità ad usarli le costringe in casa. Un altro grande tema è il lavoro, aspetto importante nella definizione di vita indipendente. La percentuale di donne disabili che lavorano è inferiore a quella maschile, e quelle che lavorano spesso sono impiegate in mansioni di basso profilo ed escluse da corsi di formazione, che potrebbero farle crescere professionalmente. Inoltre, in genere, viene adeguato solo il loro spazio lavorativo (postazione e servizio igienico) e non quello dell’intero complesso, così che non possono relazionarsi con le colleghe e i colleghi.

Ci sarebbe poi il tema della sanità. È ancora valida l'indagine del Gruppo donne della Uildm secondo cui i servizi sanitari di ginecologia e ostetricia sono poco accessibili alle donne disabili?
L’indagine è di un paio di anni fa, ma la situazione non è cambiata, e purtroppo non solo nei servizi di ginecologia e ostetricia. Come Criba Emilia-Romagna abbiamo eseguito consulenze per ospedali anche di dimensioni ragguardevoli, ma le nostre osservazioni e indicazioni rischiano, quasi sempre, di mettere in crisi il sistema. Infatti, l’accessibilità, meglio sarebbe dire l’inclusione, non riguarda soltanto gli spazi architettonici, le attrezzature diagnostiche e sanitarie in genere, ma anche il personale sanitario, che dovrebbe sapere come approcciare con atti e parole una paziente disabile, soprattutto quando questa ha una disabilità psichiatrica o intellettiva. È paradossale che ciò accada in un ospedale, che deve la sua origine etimologica alle “stanze per gli ospiti”, e che potrebbe simboleggiare l’arco della nostra vita di umani: nascita, cura, morte. Il non poter accedere alle cure è una delle cause che porta le donne con disabilità ad avere condizioni di salute più precarie delle altre donne.

Ogni ambiente non è un contenitore neutro. Qual è la cosa più importante da tenere a mente nella progettazione per rispondere alle esigenze delle donne?
Si deve avere chiaro in mente che ciò che si progetta sarà vissuto da persone diverse, che per prima cosa si distinguono in maschi e femmine e poi in poveri e ricchi, disabili e non, autoctoni e stranieri, giovani e vecchi, e così via. Ognuno di loro si rapporterà con l'ambiente in modo differente,  quindi, è primariamente importante dar voce alle donne in generale, incontrandole, ascoltandole e riflettendo assieme a loro; conoscere i loro bisogni e i loro desideri è l'unico modo per acquisire informazioni utili per il progetto. Il progettista, infatti, deve sapere non solo quello che manca oggi, ma anche quello che servirà domani. Inoltre, se si progetta un ospedale, una scuola, un complesso sportivo, un quartiere o si deve preparare il piano del traffico sostenibile, tutti progetti complessi, è indispensabile creare una equipe multi e interdisciplinare: è solo dalla collaborazione tra più e diverse competenze culturali che si può realizzare un intervento che duri nel tempo, dia risposta ai bisogni e sia luogo di benessere. (Manfredi Liparoti)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: progettazione urbana, Donne

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