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Lavinia, Samuele, Jolanda e quel lavoro “tosto” che non è solo un lavoro

Gente di Lato

Non hanno nemmeno cent’anni in tre e fanno gli educatori in una comunità psichiatrica ad alta protezione, con utenti che provengono anche da Opg. Doti principali: equilibrio, fermezza, solidità, univocità. “E godere delle piccole cose che riescono durante la giornata”

15 febbraio 2016 dal blog Gente di Lato il blog di Oliviero Motta

- Lavinia, Samuele e Jolanda sono giovani. In tre non so se facciano cent’anni. Ma fanno un lavoro tosto: educatori in una comunità psichiatrica ad alta protezione. Fuori dal linguaggio socio-sanitario, significa una struttura di accoglienza per persone che hanno seri problemi di salute mentale e restrizioni imposte dal giudice per essere stati dichiarati socialmente pericolosi.

Alcuni pazienti vengono direttamente dagli Ospedali psichiatrici giudiziari in via di dismissione. Quando chiedo loro che cosa dicano gli amici del loro impegno professionale qua dentro, rilasciano un sorriso venato da una punta di amarezza: “Cosa vuoi, in linea di massima non capiscono, hanno paura; c’è curiosità, ma tanti pregiudizi.”

Le pre-comprensioni e le perplessità dei conoscenti sono solo una delle sfide che Jolanda, Samuele e Lavinia devono affrontare ogni giorno, certo non la più ostica. Perché lavorare in una comunità come questa richiede grande impegno: ognuno dei “pazienti” ha una storia personale, una diagnosi particolare, esigenze e prospettive distinte; e poi c’è il gruppo, la somma degli ospiti, che è in grado di moltiplicare le potenzialità ma anche le criticità. Quasi venti persone, alcune delle quali non riescono a badare a se stesse, altre che escono ogni giorno a lavorare e cercano una nuova strada nella vita. Ci sono quelli che devono essere assistiti per fare la doccia e altri con i quali pensare e realizzare un progetto di (relativa) autonomia. C’è chi, scontata la pena residua in comunità, non riesce a fare un passo fuori e chi in comunità non resiste un mese e reclama, magari con la fuga, di tornare in carcere e alle sue abitudini alienanti ma rassicuranti.

Cucire il giusto “abito” per ciascuno non è facile, ma “l’importante – dice Samuele – è non lasciare indietro nessuno”. L’educatore, per ruolo, segue tutte le tappe di crescita delle persone, pensa e conduce le attività interne ed esterne alla comunità, dedica particolari energie alla dimensione relazionale che, qua dentro, risulta determinante. Principali doti richieste: equilibrio, fermezza, solidità, univocità. Insomma, le caratteristiche di uomini e donne adulti, maturi. “La relazione con i pazienti fa inevitabilmente scattare delle risonanze dentro di noi, che interagiscono con le nostre dimensioni emotive personali; soprattutto gli ospiti più giovani, quelli magari con disturbi di personalità, sono bravi a leggerti dentro. Ti avvicinano, si avvicinano, ti mostrano affetto; e il giorno dopo sono proprio loro a darti una legnata sui denti”. Il quadro relazionale e psicologico della comunità muta ogni giorno, per non dire ogni ora, e tu devi stare sempre in allerta, pronto ad adeguare la tua postura, ad affrontare con equilibrio e fermezza, appunto, le ordinarie emergenze di una grande casa che solo una grande casa non è.

Naturalmente tutto questo non lo si può fare in solitaria, c’è una equipe di quasi diciassette persone che lavora assieme: medici, educatori, infermieri, operatori di supporto. Ai tre piace soprattutto il fatto di aver partecipato direttamente all’avvio della comunità, aperta poco più di un anno e mezzo fa; “qui non siamo degli esecutori, abbiamo messo in piedi questa realtà da zero e questo ti da modo di partecipare davvero a un’impresa; e poi si lavora dando il giusto spazio al pensiero degli operatori. Non è una catena di montaggio e, ti assicuro, non tutte le comunità sono fatte così”.

Sono colpito dalla serenità del loro racconto e dalla fortissima motivazione che emerge ad ogni passo; sono educatori giovani che hanno ben chiaro che cosa vogliono dalla loro esperienza professionale, consci anche dei rischi di burnout che una vita del genere inevitabilmente comporta. Perché non si tratta solo di un lavoro.

Chiedo loro da cosa ricavino maggior soddisfazione: “Cosa mi piace? le piccole cose che durante la giornata riescono, che vanno a buon fine”; “trovare risorse inaspettate nel paziente, quell’apparentemente immotivato 'oh grazie, neh' che non ti aspetti”; “mi piace anche quando si palesano degli sprazzi di gruppo, insomma quando il gruppo riesce ad accettare e a integrare dentro di sé gli aspetti più bizzarri di qualche suo componente”.

Equilibrio, solidità, univocità.

Neanche cent’anni in tre.

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Tag: Servizi socio-educativi, Gente di lato, Salute mentale, Oliviero Motta, Opg

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