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“Giovani al lavoro”: ecco come reagire alla disoccupazione

Cazzola, Pasquarella e Servidori, esperti in materia di lavoro ed economia, descrivono in un manuale molteplici modi per travalicare un ostacolo apparentemente insormontabile dei giorni nostri: la mancanza di un posto fisso fra le nuove generazioni

17 febbraio 2016

ROMA – “Quando mai nel corso della storia si è assistito al fenomeno di vecchi sempre più impegnati nel lavoro e giovani disoccupati?”. Questo è l'interrogativo intorno a cui verte il volume "Giovani al lavoro" (Guerini e associati edizioni) scritto da Giuliano Cazzola, ex-dirigente generale del ministero del Lavoro, Angelo Pasquarella, amministratore delegato della società di consulenza Projectland e Alessandra Servidori, docente alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. Tutto ciò è palesemente contraddittorio, poiché le caratteristiche che vengono caldamente ricercate nell’attuale mondo produttivo sono di spiccata impronta giovanile: velocità d’apprendimento, creatività lampante e mobilità professionale non possono più infatti scaturire dalle generazioni senior con risultati similmente brillanti. 

Giovani a lavoro. Copertina

Una delle ragioni principali che, secondo gli autori, incrementa sensibilmente la tendenza dei giovani ad essere inerti nella ricerca di un lavoro è l’idea – purtroppo assai diffusa – che l’Italia simboleggi emblematicamente un paese dove non potrà prospettarsi un futuro roseo. “L’informazione politicamente corretta in Italia – afferma infatti Cazzola – non esita un solo istante ad andare a caccia di situazioni di disagio e sofferenza e a (rap)presentarle come se fossero l’espressione della vita vissuta di tutti gli italiani […]”. E’ pertanto anzitutto necessario che venga sfatato questo cliché che campeggia sulla nostra nazione, in vista di una nuova solerzia da parte dei giovani e di nuove speranze per la futura occupazione. 

Ciononostante, non si può affatto ignorare che l’Italia stia vivendo un periodo di intensa crisi per via di numerosi fattori: in primo luogo imperversa il cuneo fiscale, sempre più elevato nel nostro paese, il quale contribuisce alla crescita di un mercato del lavoro sommerso e irregolare. Inoltre negli ultimi anni si sta registrando un aumento considerevole dei cosiddetti “Neet” (Not in education, employment and training), ossia tutti i giovani che non studiano, non esercitano alcuna professione o non la cercano, i quali costituiscono ben il 21% dei loro coetanei: uno fra i valori più alti riscontrati nella Ue. E’ infine quasi sovrabbondante menzionare anche il fenomeno della tanto vasta e diffusa “fuga di cervelli”, che non indica solo l’emigrazione verso paesi esteri di numerosi italiani con un’alta specializzazione professionale, ma sancisce anche l’egemonia di un’economia come quella globalizzata in un mondo in cui tutto è divenuto più vicino. 

Evitare questa spada di Damocle è tanto indispensabile quanto effettuabile, e per spiegare a quali espedienti ricorrere, i tre autori sostengono che sia necessario affidare dei compiti e delle responsabilità ben precise a ciascuno dei quattro soggetti sociali che operano nel mondo del lavoro: la pubblica amministrazione, i giovani, le parti sociali e i pensionati. 

Scopo degli organi burocratici dovrebbe innanzitutto essere quello di semplificare tutte le procedure di iniziazione delle attività, agevolando l’indipendenza e la creatività di molti neo-imprenditori, poiché, come viene specificato nel libro, “Ne uccide più la burocrazia della spada […], perché molti giovani aziende sono morte ancora in incubatrice, scoraggiate dalla massa di carte, leggi, adempimenti con cui avrebbero dovuto raccapezzarsi per poter nascere”. D’altro canto i giovani di oggi devono acquisire la consapevolezza che ci troviamo in un mondo dove verranno pretese delle competenze sempre più specifiche e sofisticate, ed è proprio da tale motivazione che trae origine l’importanza che le nuove generazioni devono dare alla scuola e alla formazione culturale. Discorso diverso, invece, quello che riguarda tutti i lavoratori che sono in prossimità alla pensione: infatti, dopo aver raggiunto un’età prestabilita, su consiglio di Pasquarella e Servidori, essi da una parte dovrebbero fungere da mentori a tutti i nuovi lavoratori che opereranno nella medesima azienda, e dall’altra si impegnerebbero a svolgere un contratto part-time che permetterebbe loro una piena retribuzione pensionistica in futuro. Ne consegue non solo un sicuro intercambio generazionale, ma anche una sicurezza per l’azienda, la quale non perderà le proprie peculiarità e tradizioni. Sarà poi compito delle parti sociali accordarsi diligentemente su proposte quali la riduzione delle rigidità salariali, l’eliminazione degli automatismi e il demansionamento. 

“Reperire risorse per aprire prospettive ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro”, come scrive Cazzola, è perciò possibile, ma solo attraverso una ponderata combinazione fra consapevolezza del passato, zelo nel presente e positività verso il futuro. (Riccardo Bacalini)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: lavoro, giovani

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