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Razzismo, i commenti sui social inquinano il web. E i media fanno poco

Aumenta l’incitamento all’odio razziale su Internet. Lo denuncia la prima ricerca sull’hate speech online realizzata da Cospe. Giulietti (Fnsi): "Falsa coscienza nelle redazioni". Marincola (Articolo21): "Più sanzioni da parte dell’Ordine". Suber (Carta di Roma): "Coinvolgere anche i lettori"

17 marzo 2016

ROMA - “Non solo razzista, mangio anche le banane”. “Maledetti immigrati bastardi, scappate dalle vostre terre per le guerre, poi fate quello che vi pare qui”. Commenti, insulti, minacce, che si ripetono giorno dopo giorno, appena in un titolo appare la parola "straniero", "islam" o "rifugiato". Cresce il razzismo online, e sempre più spesso passa dai social network. Twitter, Facebook, ma anche le community online delle testate giornalistiche, stanno diventando dei moltiplicatori di messaggi che puntano all’incitamento all’odio razziale. Un fenomeno tangibile ma poco monitorato, su cui si è concentrata la prima ricerca italiana sull’Hate speech, giornalismo e immigrazione, realizzata da Cospe nell’ambito del progetto europeo contro il razzismo e la discriminazione su web, “Brikcs- Building respect on the internet by Combating hate speeech”.

Secondo l’Unar nel 2014 sono stati 347 i casi di espressioni discriminanti sui social, di cui 185 su Facebook e il restante su Twitter e Youtube. A queste si aggiungono 326 segnalazioni nei link che le rilanciano, per un totale di 700 episodi denunciati di intolleranza. Numeri in crescita anche nel 2015, nel periodo diventata predominante nei media la tematica delle grandi crisi umanitarie che coinvolgono i rifugiati in Europa.

Secondo la ricerca del Cospe è proprio in questo momento, ma anche in conseguenza agli attentati terroristici in Francia, che si sono moltiplicati i discorsi di odio nei confronti dei migranti e di tutte le minoranze. E che si presentano come commenti nei forum dei giornali online, a margine degli articoli rilanciati su Facebook o Twitter. E le testate nostrane che fanno? Poco o niente. In nome della libertà di espressione si lascia correre anche quando i commenti rilanciano minacce di morte verso una bambina, come nel caso di una notizia di cronaca che riportava il test di intelligenza superato brillantemente da una giovane rom. “Nonostante esista la Carta di Roma, una delle cose più civili fatte dalla Federazione della stampa negli ultimi anni, quello che manca è una vera battaglia etica e culturale sui discorsi d’odio – sottolinea Giuseppe Giulietti, presidente del Fnsi -. C’è una falsa coscienza nelle redazioni. Se si toccano questi temi subito si dice che si vogliono creare bavagli. Ma la tutela della libertà di informazione non possiamo esercitarlo solo quando questa colpisce gli ultimi”.

La ricerca ha cercato di testare proprio il polsi dei giornali italiani coinvolgendo 4 direttori e caporedattori (Fanpage, Il Tirreno, l’Espresso e il Post), 3 staff di community management (Il Fatto quotidiano, Repubblica, La Stampa), 3 esperti di social media strategy, 3 blogger di testate nazionali, 2 associazioni che si occupano di immigrazione (Carta di Roma e Ansi) e 2 organismi pubblici di tutela (Unar e Oscad). “Le testate italiane non hanno una policy chiara rispetto a questi temi e in molti casi considerano gravoso intervenire – spiega Alessia Giannoni, ricercatrice del Cospe -. Bisognerebbe, invece, rivedere il rapporto verticale testata lettori come succede in altri paesi”. E’ il caso dell’Inghilterra, dove un quotidiano come il Guardian ha deciso di bloccare i commenti automatici agli articoli che trattano l’immigrazione e l’Islam. “Dovremmo prendere esempio da loro e vigilare su Twitter e facebook – aggiunge Elisa Marincola, giornalista e membro dell’Associazione Articolo21-. Le bacheche incontrollate e piene di insulti non aiutano i cittadini a ragionare e a comprendere il fenomeno, né a farsi un’opinione chiara sui fatti. Le testate devono essere più responsabili. Servirebbe, inoltre, anche un risveglio dell’Ordine anche per quanto riguarda le sanzioni da dare ai giornalisti”. Tra i temi al centro degli insulti anche l’accoglienza, “rileviamo sempre più razzismo diffuso su questo aspetto” aggiunge Marincola. Pietro Suber, giornalista e membro dell’associazione Carta di Roma ha ricordato che le linee guida del codice deontologico rivolto ai giornalisti invitano già a riflettere sull’ hate speech, per questo è importante fare appello campagna anche ai lettori. E ha ricordato la campagna lanciato su Change.org

Alla prima fase di analisi, contenuta nella ricerca, seguirà la fase di sperimentazione. Il gruppo di lavoro che ha condotto lo studio sta infatti elaborando un decalogo per i social media manager. Inoltre, saranno previsti anche corsi di formazione per gli insegnanti e un toolkit multimediale. (ec)

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