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Case famiglia, tanti luoghi comuni. Le 4 "bufale" sull'accoglienza dei minori

Dopo la chiusura di una casa famiglia "lager" per minori, l'analisi di Berliri (Casa al Plurale) per spazzare via i principali luoghi comuni: dai "70 euro sono tanti" a "gli operatori non controllano i minori". La proposta: controlli affidati a neo maggiorenni e risorse adeguate, servono 174 euro pro capite

25 marzo 2016

- ROMA – Gli operatori delle strutture non sono “né santi né eroi”, ma neanche “ladri e violenti”, come vengono ritratti dalle cronache recenti. Dopo i diversi fatti recenti di cronaca, che hanno interessato strutture “lager” per minori (l'ultima ieri a Marino), anziani e disabili, o hanno mostrato – con un servizio andato in onda su Le Iene - l'inefficienza di una struttura per minori nel tutelare gli stranieri non accompagnati, occorre fare chiarezza. E' il compito che si assume Luigi Vittorio Berliri, presidente di Casa al plurale, coordinamento di 80 comunità a Roma, in cui lavorano oltre 400 operatori per dare accoglienza a 400 persone con disabilità e circa 1000 minori in difficoltà. E lo fa con una lettera e un documento indirizzati al prefetto Tronca e al sub-commissario Vaccaro. “Noi ci dissociamo dalle immagini viste in televisione di bambini che si prostituiscono a Termini, di case famiglia lager, giustamente chiuse. Crediamo che la qualità si faccia in modo diverso. Con educatori che sanno dire parole di tenerezza e di fermezza. Che siano supervisionati, e crediamo che la qualità abbia un costo e che debba essere monitorata”. Esistono però, intorno alle case famiglia e soprattutto dopo Mafia capitale, una serie di “luoghi comuni” che occorre spazzare via. E Berliri prova a farlo con un documento di analisi.

La premessa è che i “cattivi”, quando ci sono, vanno allontanati. “Fino a due anni fa chiunque si occupava di “sociale” era dipinto come un santo. Un super eroe. Adesso è un ladro (Mafia Capitale docet), uno stupratore di bambini, un picchiatore di disabili, un educatore talmente distratto da non accorgersi che i suoi ragazzi vanno a vendersi alla stazione Termini di Roma. Non tollero chi generalizza, chi non fa i nomi, chi non entra nel merito. E mi piacerebbe aprire una discussione franca, serena dentro al nostro mondo. Per stigmatizzare e allontanare chi non gestisce i servizi come si dovrebbe, chi non controlla. Per allontanare "senza se e senza ma" quegli operatori violenti, cattivi”.

Ed ecco i luoghi comuni sulle case famiglia per bambini e ragazzi.
Primo, i bambini sono “tolti” ingiustamente alle famiglie. “Non è vero che i bambini vengono tolti a famiglie modello e 'bastava dare i soldi alla famiglia' – scrive Berliri in merito a un altro diffuso luogo comune - No, non è così. Ma nessuno di noi verrà mai a raccontare che quel bambino accolto è vittima di abusi e violenze proprio dal padre, dalla madre, dal fratello. Perché il primo che tuteliamo è quel bambino che viene da noi! Quindi non ci troverete in tv a fare i nomi dei nostri ragazzi e bambini e a raccontarvi le loro storie più intime”.

Secondo, “se li tengono in casa famiglia invece che farli adottare”. Berliri ammette che “se ci fossero più famiglie affidatarie (oltre che adottive), disponibili anche per i bambini grandi e difficili, molti di loro potrebbero uscire. Ma comunque non tutti”.

Terzo, “le case famiglia prendono un sacco di soldi”. Si è detto anche nel caso della struttura sequestrata ieri a Marino: 70 euro mensili pro capite sono tanti, che ci faranno? Risponde Berliri: “ci fanno ben poco, perché pagare il giusto il lavoro di due educatori professionali 24 ore su 24, 365 giorni l'anno ha un costo! Per la precisione, solo per i loro stipendi servirebbero 128 euro al giorno, e non gli attuali 70. E poi c’è una casa da gestire, persone da far mangiare e far mangiare bene, affitti da pagare, luce telefono gas, insomma una casa, ma per otto persone. Per cui, per far funzionare tutto e bene, di euro ne servirebbero 174, e non 70!”. e al tema dei costi delle strutture Casa al plurale ha dedicato, recentemente, un ricco documento, in cui calcola nel dettaglio "Quanto costa una casa famiglia?".

Quarto, “nessuno li segue”. Questo è emerso soprattutto nel servizio delle Iene sui ragazzi che si prostituivano a Termini: l'inefficienza, o la vera e propria latitanza di educatori e responsabili della struttura, che non esercitavano alcun controllo sulle attività dei minori a loro affidati. A tal proposito, osserva innanzitutto Berliri, “non fare i nomi delle case famiglia nel servizio lascia lo spettatore nel dubbio e nella generalizzazione”. Nel merito, poi “un bravo educatore si accorge se un ragazzino fa soldi facile, se non torna a casa in orario, se frequenta giri strani. E hanno ragione le Iene a indignarsi, ma non a generalizzare!”. Va anche detto però che “non siamo supereroi, non facciamo miracoli. I soldi facili attirano tutti. Italiani e stranieri. E non tutti ce la fanno”. 

Controlli affidati a neo maggiorenni. Esistono però degli strumenti, che devono essere utilizzati per rendere più efficace e meno soggetto a “fallimento” il lavoro degli operatori e il servizio delle case famiglia. “Strumenti di salvaguardia”, li chiama Berliri, come “riunioni, formazione, supervisione, scambio tra operatori, scambio di esperienze”. E ovviamente i controlli: “ben vengano – osserva Berliri, commentando la chiusura, ieri, della casa famiglia ''La Cascina' a Marino, in provincia di Roma - In nord Europa i controlli delle case famiglia sono affidati ai ragazzi neo maggiorenni appena usciti dalle strutture residenziali, accompagnati da un ispettore adulto – racconta Berliri - Chi meglio di loro sa fare le domande giuste sui maltrattamenti, sul cibo scadente, sulla capacità degli operatori? Mi pare una buona idea”.

La responsabilità è del Comune. “Per quanto riguarda i minori, stranieri o italiani che siano, la responsabilità è del sindaco – spiega Berliri – Per questo mi piacerebbe sentire una parola chiara e definitiva dal Comune di Roma. Come vorrei che facesse distinguo. Come vorrei che il commissario Tronca, e poi il Sindaco che verrà, si impegnasse a pagare il giusto e a 'stracontrollare' tutti. Come vorrei che il dipartimento Politiche Sociali dicesse una parola chiara al Prefetto e alla città su come funzionano e come dovrebbero funzionare e quanto costano queste strutture”.

In conclusione, quattro sono le parole d'ordine perché le case famiglia e le strutture per bambini e ragazzi non si trasformino in lager, ma siano e restino luoghi accoglienti e formativi oltre che sicuri: “risorse adeguate, controlli, umanità, qualità”. (cl)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Mafia capitale, Casa famiglia, Minori fuori famiglia, Cooperative sociali, Minori

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