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31/05/2016

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Epatite C: cure costose, ritardi e burocrazia spingono i malati verso i farmaci indiani

Inchiesta di Lilanews: il governo ha istituito un fondo specifico da 1 miliardo di euro in 2 anni, che però basta solo per curare una parte dei pazienti più gravi (circa 50 mila persone) mentre si stima che siano circa 1 milione gli italiani con il virus e 330 mila quelli con cirrosi epatica

25 marzo 2016

- ROMA - Pazienti che hanno sviluppato tumori al fegato per farmaci arrivati troppo tardi. Ostacoli burocratici alla prescrizione delle cure. Episodi di reinfezione nei gruppi vulnerabili. Nove medici italiani tra epatologi e infettivologi da Milano a Catania raccontano il primo anno dei nuovi trattamenti per l’Epatite C (Hcv), un anno fatto di successi ma anche di difficoltà. È il tema di “Hiv-Epatite C: il farmaco negato”, la prima inchiesta pubblicata su Lilanews (la testata giornalistica online sul mondo Aids che affiancherà il portale della Lila con notizie e approfondimenti) che affronta il tema dell’accesso alle cure contro il virus Hcv. Cosa emerge? Dall’inchiesta risulta che migliaia di italiani che convivono con l’Epatite C, una malattia del fegato che, se si cronicizza, compromette anche altri sistemi e favorisce altre patologie, “sanno che una medicina per curarsi c’è, ma non possono averla perché costa troppo. E lo Stato gliela darà, ma solo dopo che si saranno aggravati”. Dalla fine del 2014, sono state autorizzate e rimborsate dal Servizio sanitario nazionale nuove cure in grado di curare questa patologia: si tratta di terapie antivirali dirette, prive di interferone, efficaci ma molto costose (il prezzo al pubblico arriva a 70 mila euro per persona).

Per poter offrire questi farmaci (Sovaldi e Harvoni) il governo ha istituito un fondo specifico da 1 miliardo di euro in 2 anni, che però basta solo per curare una parte dei malati più gravi (circa 50 mila persone) mentre si stima che siano circa 1 milione gli italiani con il virus e 330 mila quelli con cirrosi epatica (Dati Piano nazionale per la prevenzione delle epatiti virali, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni all’inizio dell’anno). L’Agenzia italiana del farmaco ha stabilito, quindi, che per accedere alle nuove cure bisogna essere in condizione di cirrosi epatica ovvero avere una fibrosi F3 o F4 (i due livelli più alti di danni del fegato).

La conseguenza? Sono sempre più coloro che si curano con i farmaci generici indiani. Come ha fatto Margherita, 56 anni di cui 20 vissuti con l’Epatite C. Quando ha scoperto che la presenza di particelle virali nel sangue (viremia) era aumentata, Margherita ha pensato di fare un mutuo da 90 mila euro per curarsi prima che le venisse un tumore: “Poi ho saputo della possibilità di prendere i generici prodotti in India e con l’aiuto di un parente che lavora lì ho acquistato il Sovaldi per 6 mesi a 1.800 euro”. Anche se quasi tutti i medici intervistati da Lilanews si sono mostrati scettici verso i farmaci indiani perché lo Stato italiano non garantisce per loro, si tratta degli stessi farmaci venduti nelle farmacie per gli indiani e autorizzati da Gilead. Nel 2014 l’azienda americana, infatti, ha stretto un accordo con le 7 case produttrici di generici del Paese, che così le riconoscono diritti, pur producendo a costi più bassi. Oggi la viremia di Margherita è soppressa e lei dice: “Spero che possiate far conoscere ad altri questa possibilità, perché oggi sono una persona più felice”. 

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Tag: Epatite C, Lila, Hiv/Aids

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