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L’odissea di Oscar: dal Ghana all’Italia, sopportando minacce e torture

Partito da Kumasi, la seconda città più grande del Ghana, durante un “soggiorno forzato” a Sabha è stato picchiato torturato. Sulla barca per l’Italia è salito contro il suo volere: i trafficanti dovevano solo raggiungere il numero “giusto” per riempire i barconi

03 maggio 2016

ROMA - Oscar viveva a Kumasi (Ghana) e a 15 anni e finita la “Junior School” non era riuscito più a proseguire gli studi perché i suoi genitori non avevano le risorse economiche per continuare a farlo studiare. Nel 2012 iniziò così a lavorare portando avanti un’attività commerciale. Consisteva nel farsi prestare i soldi dai suoi clienti per acquistare e lavorare le stoffe che servivano per produrre vestiti, per poi rivenderli al mercato ripagando così i debiti. Purtroppo però il padre si ammalò e per poterlo curare il ragazzo utilizzò di nascosto una parte dei soldi avuti dai suoi acquirenti, con l'intenzione comunque di restituirli. Ma uno di loro lo scoprì e lo denunciò.

Per aiutarlo, la madre riuscì a fargli avere 2.000.000 Cedi, la moneta ghanese, che servirono metà per ripagare il debito di lavoro e l’altra metà per andare in Burkina Faso. In questo Paese si è fermato tre anni, lavorando in un’autofficina e riparando le macchine sfasciate negli incidenti. Parte dei suoi guadagni li inviò alla madre mentre l'altra la utilizzò per dirigersi in Libia.
Insieme ad altre persone intraprese il viaggio in macchina da Agadez, in Niger, verso Sabha, nella Libia centro-meridionale. Ma invece di raggiungere la destinazione finale venne abbandonato da trafficanti senza scrupoli in un'altra città, finendo così tutti i soldi guadagnati. Il viaggio per Sabha continuò così “a credito”, organizzato non da gente generosa ma da quello che è un sistema ben organizzato di sfruttatori che approfittano di chi attraversa l’Africa per raggiungere la Libia.

Come confermano le parole di Oscar, che ricorda: “A Sabha ci tenevano prigionieri in un luogo dove mangiavamo solo riso una volta al giorno, ci picchiavano e ci torturavano con le scosse elettriche. Per 3 settimane e 3 giorni ho sofferto la fame e subito umiliazioni, fino a quando mio cognato, contattato telefonicamente dai miei carcerieri, ha pagato quello che si potrebbe chiamare un vero e proprio riscatto”.
Anche lui, come tanti altri minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia e ospiti di una Comunità di prima accoglienza dei Salesiani per il Sociale a Camporeale (nell’entroterra Palermitano), racconta che in Libia è stato costretto a lavorare a un grande progetto per la costruzione di un edificio. Un’esperienza che si è conclusa con la fuga perché il proprietario, approfittando del fatto che i ragazzi erano privi di documenti, aveva rifiutato di pagarli e aveva preferito usare le armi per terrorizzarli e costringerli a fuggire.

Ma l’odissea non è finita. La fuga porta Oscar a trovarsi in balia di altre persone che ancora una volta approfittano della sua giovane età e con l’inganno lo portano fino alla spiaggia, da dove partono i barconi che arrivano in Italia.
“Non volevo venire in Italia e anche mia madre non voleva che lasciassi l’Africa”, sono le parole di Oscar raccolte dagli operatori dell’associazione a Braccia Aperte, uno degli 88 soci dei Salesiani per il Sociale, che ospita il ragazzo.
“Sono stato costretto con la forza a salire sulla barca e ad affrontare la traversata”, continua il giovane. Fino a Pozzallo, in provincia di  Ragusa. E qui i problemi, di fronte all’emergenza dei minori soli che arrivano nel nostro Paese. sono ancora molti. Lo spiega Matteo Rallo, responsabile dell’associazione che ha accolto il ragazzo: “Il Ministero degli Interni tramite le prefetture versa per ogni minore straniero non accompagnato 45 euro al giorno. La restante quota a completamento di quella prevista per ogni minore (all'incirca 77 euro secondo gli standard della Regione Sicilia) dovrebbero essere versati dall'amministrazione comunale presso cui risiede la comunità, cosa che crea enormi difficoltà ai bilanci degli stessi comuni, specie quelli più piccoli come Camporeale. I comuni tendono quindi a rifiutare, o quantomeno a non vedere di buon occhio l'apertura di strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati”.
Continua Rallo: “Le strutture, quindi, di solito neanche chiedono alle amministrazioni di versare la restante quota, cercando di far quadrare i conti attraverso l'utilizzo del volontariato e confidando in donazioni da parte dei privati”.

Riflessioni confermate anche da Barbara Bussoti, che aderisce al Coordinamento nazionale Comunità di accoglienza del Lazio (Cnca). Che sottolinea: “Le comunità sono costrette ad accogliere i ragazzi con rette assolutamente non sufficienti e si trovano ad affrontare gravi problemi organizzativi e gestionali che possono avere ripercussioni sulla qualità dei progetti educativi e sui livelli di assistenza garantiti ai ragazzi accolti. Alle comunità viene anche richiesto di accogliere minori in numero maggiore rispetto alle loro disponibilità. I minori stranieri rischiano quindi di essere considerati cittadini di serie B, esposti a fenomeni di ghettizzazione ed emarginazione, la cui accoglienza rischia di essere solo fisica e materiale ma non volta ad una reale e positiva integrazione”. (Ilaria Maria Nizzo)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: migranti, accoglienza, Rifugiati

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