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Paralimpici keniani, "rabbia" e povertà diventano energia. E medaglie

Sulla rivista “Africa” alcuni atleti paraplegici raccontano le proprie difficoltà, tra discriminazione, disoccupazione e mancanza di risorse. Per loro partecipare è più importante che per gli altri: “Mettiamo da parte i soldi della trasferta e arriviamo a fine mese”

19 aprile 2016

ROMA – Hanno portato a casa ben 6 medaglie dai Giochi paralimpici di Londra 2012: tutte vinte nell’atletica, discipline in cui decisamente eccellono. E promettono di fare ancora meglio a Rio, visto che alle qualificazioni le medaglie sono state addirittura 11. Parliamo degli atleti paralimpici kenyani: allenati, motivati e pronti a correre e saltare, battendosi fino alla fine per rimanere in gara. Perché per loro “partecipare” è più importante che per tutti gli altri. Un articolo pubblicato sulla rivista “Africa” ci spiega perché, facendocelo raccontare da Jamese Mangerere, 29 anni, gli arti inferiori paralizzati dalla poliomelite, un recente oro, a Tunisi, nel lancio del giavellotto. “Abbiamo un equipaggiamento che fa schifo – spiega a Sergio Ramazzotti, che per “Africa” lo ha intervistato – Senti quanto pesa?”, ha domandato poi al giornalista, invitandolo a sollevare la sua sedia a ruote. “Almeno il doppio di una veramente seria. Ma questo è quanto il nostro comitato sportivo può permettersi. Agli atleti dei paesi ricchi l’equipaggiamento viene costruito su misura della loro disabilità. Nel nostro caso è il contrario: siamo noi che dobbiamo adattare la nostra disabilità all’equipaggiamento”.

A spiegare come questo limite possa essere invece una risorsa, ci pensa Rahel Akoth, atleta paraplegica di 32 anni: “Più fatichi, più sviluppi resistenza”, osserva. Una resistenza che questi atleti allenano e sviluppano ogni giorno, non solo in allenamento o in gara. Perché anche destreggiarsi con quella sedia a ruote nel traffico di Nairobi è certamente un esercizio impegnativo, ma necessario per risparmiare i soldi del biglietto. E Rahel impiega circa 3 ore per raggiungere, da casa sua, lo stadio degli allenamenti. Sempre, rigorosamente a piedi. Anzi, in carrozzina. “Per fare l’atleta professionista ci vogliono un sacco di soldi – spiega a questo punto Mangerere - Ma noi non abbiamo un lavoro, per via dello stigma sociale: nessuno assume un disabile. passi tutto il tempo a fare colloqui, ma poi ci rinunci, perché ti rendi conto che un posto di lavoro per te non c’è e non ci sarà mai”. Anche questo limite, però, diventa una risorsa, perché “sentirti escluso dalla società ti costringe a tirare fuori una forza che non credevi di avere. Senti montare dentro di te una rabbia spaventosa e, se sei bravo a imbrigliarla e a incanalarla nello sport, diventa energia pura”.

E così lo sport diventa davvero la chiave di volta: e doppio è l’impegno che questi atleti keniani, doppiamente svantaggiati. Chi “incanala” questa rabbia nello sport e la trasforma in energia riesce ad eccellere in diverse discipline, come accade a tanti di questi ragazzi. Lo spiega bene, a Sergio Ramazzotti, un altro atleta paraplegico, campione di basket ma anche di tennis, di atletica e di altre specilli. Si chiama Henry Odiyo e ha 38 anni: “Solo così si riesce a mettere a parte i soldi: quando viaggi il ministero dello Sport ti garantisce un rimborso giornaliero. Se sei bravo a risparmiare durante la trasferta, torni a casa con un gruzzolo in tasca, che ti permette di arrivare a fine mese. È per questo che cerchiamo di prepararci nel maggior numero possibile di discipline: più discipline significa più possibilità di essere selezionato per un campionato. Più campionati, più soldi”. Soldi sudati, in ogni senso. E certamente ben meritati. Che salga allora il tifo per gli atleti keniani, ai prossimi Giochi paralimpici di Rio. 

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Tag: Paralimpiadi Rio 2016

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