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Morto a San Vittore, famiglia e garante: riaprire il caso

Alessandro Gallelli, 21 anni, è stato trovato impiccato nel reparto psichiatrico del carcere milanese il 18 febbraio 2012. La mamma: mio figlio abbandonato da solo in una cella. Naldi: fare chiarezza, vogliamo capire se si sia trattato effettivamente di un suicidio

29 aprile 2016

MILANO - Alessandro Gallelli, 21 anni, viene trovato impiccato nella cella numero 5 del reparto psichiatrico del carcere di San Vittore di Milano. È il 18 febbraio 2012. Il caso viene presto chiuso come suicidio di un ragazzo con gravi disturbi psicotici che rifiutava ogni tipo di terapia. Ora però i genitori, insieme al garante dei detenuti di Milano Alessandra Naldi e all'associazione Antigone Lombardia, chiedono la riapertura del caso. Molte cose non tornano nella morte di Alessandro. Come viene documentato dalla perizia disposta del Tribunale civile di Milano, che ha condannato in primo grado il ministero della Giustizia al risarcimento del danno perché Alessandro non fu sorvegliato a vista come prescritto. Non è chiaro come Alessandro si sia suicidato e perché lo abbia fatto, non si riesce a capire perché fu messo in isolamento. Il Tribunale civile ha valutato solo l'aspetto del risarcimento, i genitori ora vogliono capire se ci sono responsabilità penali tra le tante persone delle istituzioni che avevano il dovere di tutelare Alessandro: magistratura di sorveglianza, procura della Repubblica, il personale del carcere (dagli agenti di custodia, ai medici alla direzione).

- "Si deve fare chiarezza -spiega Alessandra Naldi-. Perché vogliamo capire se si sia trattato effettivamente di un suicidio. Non solo. Se è vero che si è suicidato, vogliamo capire se quella cella numero 5 era usata per punire i detenuti più ribelli, tanto che Alessandro non ha retto e si è tolto la vita". Il primo a mettere in dubbio il suicidio di Alessandro è il perito nominato dal Tribunale civile, Luigi Morgese, psichiatra del Policlinico di Milano. Nella cella c'è infatti solo una finestra, chiusa da una rete spessa con piccoli buchi, dietro la quale ci sono le inferiate. Alessandro avrebbe fatto passare la manica della sua felpa tagliuzzata tra i buchi annodandola poi alle inferiate. Alle ore 17 del 18 febbraio l'agente della polizia carceraria in servizio al reparto psichiatrico (tecnicamente viene chiamato Centro di osservazione neuropsichiatrica - Conp) annota che Alessandro sta riposando. Al controllo successivo, alle 17.30, lo trova impiccato. "Come avrebbe potuto in poco meno di mezz'ora praticare un ingegnoso aggancio di una felpa a una sbarra di ferro e farla ripassare meticolosamente attraverso un retina del genere?". Non solo. Alessandro era alto circa 1 metro e ottanta e pesava intorno agli 80 chili. "La finestra è più bassa e mi chiedo come abbia potuto strangolarsi visto che non poteva rimanere appeso", sottolinea il padre Andrea Gallelli.

Nei quasi quattro mesi in cui è stato detenuto a San Vittore, Alessandro ha avuto circa 40 visite mediche, di cui una ventina psichiatriche. Richiuso inizialmente nel reparto dei sex offender, era poi stato trasferito al Conp perché era aggressivo, andava in escandescenze, manifestava disturbi psichiatrici. E nel Conp viene messo nella cella 5 da solo, controllato a vista (ma di fatto la guardia passava ogni mezz'ora per vedere come stava e per questo il Ministero della Giustizia è stato condannato al risarcimento del danno ai genitori per la perdita del figlio). Alessandro rifiutava qualsiasi terapia. Secondo il perito del Tribunale però c'è stata "una sottovalutazione della gravità del caso", perché lo psichiatra del carcere "non poteva e non doveva lasciare il paziente in preda al proprio delirio persecutorio nella convinzione che la sorveglianza a vista fosse di per sé sufficiente". Secondo il dottor Morgese invece c'erano "gli estremi per una proposta di trattamento sanitario obbligatorio": insomma Alessandro doveva essere ricoverato forzatamente in un ospedale e costretto ad assumere i medicinali necessari a curarlo. "Non posso lasciar passare che mio figlio sia stato abbandonato così da solo in una cella", sottolinea la mamma Rita Maggioni.

Nella storia di Alessandro non ci troviamo di fronte solo a un presunto caso di mala giustizia, ma anche di presunta mala sanità. Alessandro infatti è finito in carcere per una serie di reati (dall'oltraggio a pubblico ufficiale alla molestia sessuale) commessi perché aveva disturbi psichici aggravati dall'abuso di cannabis e in alcuni casi di cocaina. Ma prima di finire in carcere, secondo quanto ricostruito dal dottor Morgese, né il Cps né l'ospedale di Legnano l'hanno curato adeguatamente. "Abbiamo chiesto noi ad un certo punto il Tso per nostro figlio", racconta il padre. Alessandro viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell'Ospedale di Legnano il 28 febbraio del 2011 e dimesso appena due giorni dopo (di solito un tso dura 7 giorni). Nella lettera di dimissioni i medici scrivono che non c'è "alcuna patologia psichiatrica" e "si consiglia ai familiari di segnalare all'autorità giudiziaria le ripetute violenze commesse nei loro confronti e tutelare la sorella minore di casa". Cosa che appunto i genitori di Alessandro hanno fatto ogni volta che commetteva atti di violenza. "Il paradosso di questa storia è che ci troviamo di fronte ad una famiglia che ha chiesto più volte aiuto alle istituzioni - sottolinea Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia -, e l'esito è che il figlio è morto in carcere, luogo in cui mai avrebbe dovuto entrare". (dp) Ascolta l'audio

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