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"Il giorno dopo": in un romanzo il riscatto personale di un cooperante

Presentato al Salone internazionale del libro il romanzo autobiografico di Andrea Iacomini, portavoce nazionale di Unicef Italia. “Eravamo in Siria quando a nessuno interessava, ora il nostro compito è informare. Per ogni Salvini ci siano le voci di dieci cooperanti: solo così si vincono le strumentalizzazioni”

18 maggio 2016

Il Giorno Dopo di Andrea Iacomini

TORINO - Chi si aspetta una storia di volontariato tout court è destinato a rimanere deluso. Perché per le prime 130 pagine, in un libro che ne conta circa duecento, si parla di tutto meno che di cooperazione e crisi umanitarie. C’è invece il ricordo di un’infanzia serenamente trascorsa tra i vicoli dell’Aquila, e di un’adolescenza nella Roma anni ’80 dei paninari e delle band dai capelli cotonati. E, soprattutto, c’è il ritratto di un’Italia che ormai conosciamo fin troppo bene: quella della politica che fagocita gli attivisti per nutrire le ambizioni dei “figli di”; dove la relazione vince su tutto e dedizione e senso d’appartenenza sono spesso mortificati come indici d’ingenuità. Non s’esce vivi dalla passione politica in Italia: al meglio, si può venirne fuori con una bella crisi d’identità, preannunciata da ansia e attacchi di panico. Ma è proprio nell’amarezza delle ambizioni frustrate che Enrico, protagonista de “Il giorno dopo” - scritto da Andrea Iacomini e pubblicato dalla romana Ponte Sisto - troverà la spinta per ripartire verso un orizzonte più grande. Che lo condurrà in Liberia e nei campi profughi di Siria e Giordania; e contestualmente a trovare in quella nuova vocazione un traguardo professionale importante.

-A voler essere maliziosi, si potrebbe anche pensare che ci sia del vero nello stereotipo che vorrebbe il narcisismo come grande motore del volontariato. Prima di diventare portavoce nazionale di Unicef Italia, Andrea Iacomini ha dovuto attraversare una lunga teoria di delusioni, amarezze, porte chiuse in faccia: e dunque “Il giorno dopo” è prima di tutto la storia di un riscatto personale. Ma se si escludono alcuni passaggi, non c’è traccia d’autocompiacimento in questo romanzo di formazione, in cui l’accento è posto sulle sconfitte molto più che sulla rivincita. “Enrico - ci spiegava Iacomini qualche giorno fa, a margine di una presentazione organizzata all’ultimo Salone del Libro di Torino - è chiaramente una mia rappresentazione. Ed è proprio per questo che ho voluto tratteggiarlo come un anti-eroe: è fragile, insicuro, spesso anche ingenuo. Ma proprio in Siria, trovandosi di fronte a un diverso ordine di problemi, troverà la forza per crescere”.

Già, la Siria, con la sua guerra civile che proprio nell’orizzonte temporale in cui il romanzo è incastonato ha conosciuto la sua più caotica svolta. Per i due terzi del libro non ve n’è traccia; poi, a pagina 130 - proprio quando si finisce per affezionarsi alle vicende private del protagonista - ecco arrivare i campi profughi della Giordania e del Kurdistan iracheno, con tutto il carico di umanità in fuga dalle bombe-barile di Deraa e dalle milizie di regime di Houla, che proprio sui bambini di cui l’Unicef cerca di occuparsi si accanirono con inaudita ferocia. “Sulla guerra siriana - ha chiarito l’autore, che più volte nell’ultimo anno si è trovato in polemica con Matteo Salvini - oggi chiunque sembra avere qualcosa da dire: si costruiscono campagne elettorali equivocando tra rifugiati, clandestini e terroristi; e si parla in termini di ‘invasione’ di fronte a numeri che in realtà sono risibili. Noi abbiamo iniziato a parlarne quando per l’opinione pubblica questo conflitto era poco più che una scaramuccia mediorientale: ben prima della presa di Mosul, abbiamo assistito all’ascesa dell’Isis e al ritrovamento delle prime fosse comuni; e abbiamo sempre sostenuto che la comunità internazionale dovesse fare qualcosa a riguardo”.

“È anche per questo che nasce il mio libro - continua Iacomini -. “Per non lasciare, cioè, che a raccontare questa crisi continuino a essere uomini e donne che in Siria, spesso, non ci hanno mai messo piede. Durante le presentazioni, capita sovente di finire a discutere di dati e cifre, più che del romanzo: ad esempio di come  la maggior parte dei profughi siriani abbiano trovato rifugio nei paesi confinanti, le cui richieste d’aiuto abbiamo per troppo tempo ignorato. Il Libano oggi ospita quasi due milioni di rifugiati, a fronte di una popolazione autoctona di quattro milioni di persone: l’Italia ne conta poco più di 200 mila con sessanta milioni di cittadini. È da queste distorsioni che bisogna ripartire”.

La sua opera di sensibilizzazione, del resto, Iacomini l’ha iniziata ben prima di scrivere “Il giorno dopo”: approdato all’Unicef nel 2008 (e divenutone portavoce nel 2012), da qualche anno ne dirige la rivista ufficiale, “Dalla parte dei bambini”. Tra il 2014 e il 15 ha inoltre girato teatri, scuole e università di tutta Italia con “In Viaggio”, monologo per immagini sulla sua esperienza di cooperante; e prima ancora era stato ideatore di campagne sulla malnutrizione e la crisi alimentare in Sahel e nel Corno d’Africa. “Io non credo si potranno mai giustificare quanti bruciano i libri di Salvini” ha chiosato, alludendo a un episodio avvenuto giorni prima, a Bologna. “Ma è importante che voci come la sua vengano ridimensionate. Per ogni Salvini che istiga all’odio, devono esserci dieci persone che parlano di dati, di realtà oggettive. Solo in questo modo gesti del genere si riveleranno nella loro inutilità”. (ams)

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Tag: Andrea Iacomini, Unicef, Libri, Cooperazione, Siria

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