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Mirco, il sound designer cieco che ha catturato il silenzio per Antonioni

Intervista a Mirco Mencacci. Cieco dopo un incidente accaduto da bambino, è diventato uno dei più apprezzati sound designer del cinema: ha lavorato anche con Ozpetek e Tullio Giordana. Grazie a una passione sconfinata per il mondo dei suoni. Inchiesta del mensile Superabile Inail

16 giugno 2016

ROMA - La sua vicenda ricorda l’incipit della storia di Daredevil, supereroe tra i più amati d’ogni tempo, che dopo un incidente radioattivo si ritrova cieco, ma in possesso di un “udito radar” in grado di sostituire gli occhi e fargli “ascoltare” le emozioni altrui. Mirco Mencacci non sarà diventato un eroe in maschera ma, perdendo l’uso degli occhi, ha imparato a scrutare nel fondo dei suoni, per catturarne l’anima e riportarli in vita altrove. La vista la perse da bambino, giocando nell’orto del nonno, quando la sorellina afferrò un fucile da caccia e gli esplose inavvertitamente un colpo sul viso. La sua storia  è raccontata nel numero di giugno del mensile dell'Inail Superabile.

Mirco Mencacci
Mirco Mencacci. Cieco

"Di quel giorno ricordo tutto – racconta –. Il sangue sugli occhi, mio padre che mi portava in ospedale. E quell’ultima immagine, l’ondeggiare delle foglie nei canneti intorno a noi". 
Tornato a casa, Mencacci era cieco. Ma il suo udito prese a svilupparsi in maniera quasi sovrannaturale, tanto da permettergli di continuare ad andare in bicicletta per i successivi 30 anni. E di diventare, in seguito, uno dei più apprezzati sound designer del cinema internazionale: è a lui che registi come Ferzan Ozpetek o Marco Tullio Giordana si affidano per progettare il sonoro dei loro film. E fu a Mencacci che Antonioni chiese, per il suo ultimo lavoro, di riprodurre il “suono del silenzio” che circonda il Mose di Michelangelo, nella basilica di San Pietro in Vincoli (Roma).

Crede che avrebbe fatto questo lavoro, se non avesse perso la vista? 
Me lo sono domandato tante volte. Da bambino volevo fare lo psicologo: ero affascinato da quelle persone che, in qualche modo, percepivo come “diverse”. All’istituto per ciechi in cui studiavo, ero capace di rimanere ad ascoltare per intere giornate i racconti degli altri bambini. Ma la mia passione per il suono si era già manifestata all’età di tre anni: un amico aveva un registratore “Geloso”, uno dei primi sul mercato, ed ero ipnotizzato dalle voci e dai rumori registrati; tanto che alla fine riuscii a convincere mio padre a comprarmene uno. Credo che la cecità abbia accentuato questo mio interesse, perché mi ha costretto a fare molto più affidamento sull’udito per poter vivere normalmente.

Dicono che, ascoltandone la voce, lei riesca a determinare la stazza e perfino il carattere di chi le sta davanti. E che possa addirittura indovinare la forma e le dimensioni di ambienti e oggetti, dal modo in cui riflettono il suono...
Si chiama eco-localizzazione: è la stessa tecnica che usano i pipistrelli per volare senza andare a sbattere. Inizialmente l’ho usata in maniera inconsapevole: quando entravo in un nuovo ambiente, dal modo in cui le varie frequenze sonore vi si diffondevano, riuscivo a ricostruirlo acusticamente, muovendomi al suo interno. Col tempo, trovandomi in ambienti silenziosi, ho imparato a emettere io stesso dei suoni particolari, per riuscire a conoscerli: in questo modo, per esempio, posso sapere a quale distanza da me si trovi una bottiglia su un tavolo.

A proposito di silenzio: Antonioni le chiese di catturarne il suono nella basilica di San Pietro in Vincoli. Lei però ha più volte affermato che quel suono, in realtà, non esiste.
Per ricostruirlo, infatti, ci vollero 64 piste audio: c’era il riverbero dei passi sulla navata, lo scricchiolio del legno, le rondini all’esterno. Si trattava di una sensazione, in realtà: perché il silenzio, nel nostro mondo, è quasi impossibile da trovare. Siamo invasi dall’inquinamento acustico: pochi lo sanno, ma ogni anno, soltanto in Europa, muoiono più di 100 mila persone per questo. E altri 25 milioni hanno problemi sociali e sanitari molto gravi.

È per questo che ha immaginato il Parco del suono? 
Sì, per cercare di studiare il problema, visto che non è mai esistito un centro di ricerca multidisciplinare in materia: noi ne realizzeremo uno che servirà ad accelerare e a interconnettere le nuove scoperte. Per anni abbiamo cercato di farlo in Toscana: avevamo individuato il posto e ottenuto il patrocinio della Regione, ma la burocrazia italiana ci si è messa di mezzo e, dopo aver perso anni, abbiamo scelto a malincuore di trasferire tutto in Inghilterra. Lì abbiamo già un costruttore, un terreno e diverse università che stanno collaborando con noi: il parco coprirà 80 mila metri quadri, divisi tra 45 percorsi sonori, un centro di ricerca e diversi laboratori.

Che tipo di attività si svolgeranno all’interno? 
Studieremo le modalità con cui gli uomini interagiscono col suono, soprattutto dal punto di vista emozionale e psicologico. Anche i visitatori daranno il loro inconsapevole contributo: all’interno dei percorsi, che saranno di tipo ludico, e alcuni dei quali si svolgeranno al buio, studieremo la loro reazione emotiva a eventi sonori anche molto intensi.

Lei è famoso per aver visitato i luoghi più improbabili per catturarne l’audio. Quali le sono rimasti più impressi?
La cima dello Stromboli, probabilmente: il vulcano è uno degli ambienti sonori più maestosi che si possano immaginare. C’è questo continuo fluire di gas e sensazioni; è una forza mostruosa ma quasi materna, in qualche modo. E poi anche una camera iperbarica in fondo al mare, per i sommozzatori che lavoravano nelle piattaforme petrolifere: sotto pressione, le loro voci diventavano sempre più sottili.

Quanti file sonori crede di aver accumulato in archivio?
Troppi per tenerne il conto. A Lucca, per registrare i suoni attorno al lago di Puccini (per il film Puccini e la fanciulla, di Paolo Benvenuti), servirono centinaia di ore di riprese per ottenere appena qualche minuto d’audio. Il problema è che non butto mai nulla, ma quasi mai scelgo di riutilizzare materiali di vecchi film: sono convinto che ogni lavoro meriti d’essere sviluppato da zero. (ams)

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