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The James Foley story, arriva il documentario sul giornalista ucciso dall’Isis

Realizzato da Brian Oakes, un vecchio compagno di scuola, il film racconta la vita di Foley e i suoi ultimi giorni attraverso le parole della famiglia, degli amici e degli ex compagni di prigionia. Rapito nel 2012, il fotoreporter è stato ucciso nell’agosto 2014

04 settembre 2016

- BOLOGNA - “Il mondo lo conosce come il giornalista americano in tuta arancione che è stato decapitato dall’Isis. E io ero a disagio con l’uso che di questa immagine è stato fatto attraverso articoli sensazionalistici e in politica. Come amico sentivo la responsabilità nei confronti di Jim e della sua famiglia di raccontare la storia dietro la persona”. Queste le parole con cui Brian Oakes ha spiegato il motivo che lo ha spinto a fare un film su James Foley, il fotoreporter americano ucciso in Siria nell’agosto 2014 dopo 2 anni di prigionia. Presentato al Sundace Film Festival (dove ha vinto l’Audience Award), “Jim: the James Foley story” è un documentario in cui la famiglia, gli amici e gli ex compagni di prigionia raccontano la vita e gli ultimi giorni di Foley. Oakes conosceva bene Jim, come lo chiamava da ragazzino, perché è cresciuto con lui a Wolfeboro, in New Hampshire, e il film è nato dal desiderio di salvare il suo amico dall’essere usato come strumento di propaganda dai media. 

James Wright Foley, 40 anni, è stato rapito in Siria nel 2012. Il 19 agosto 2014 un video postato su Youtube ha mostrato al mondo la sua morte: il fotoreporter in tuta arancione, in ginocchio e con le mani legate dietro la schiena leggeva un testo che elencava i crimini commessi dagli Stati Uniti. Poi un uomo con il volto coperto e un forte accento britannico lo ha ucciso. Il video è stato il primo di una serie in cui sono state mostrate al mondo le uccisioni di ostaggi occidentali da parte dello Stato Islamico. Secondo Clare Morgana Gillis, giornalista freelance amica di Foley, il 94% degli americani sa chi è James Foley e sa come è morto, tanto che la sua morte è il secondo evento con maggiore diffusione mediatica dopo l’11 settembre, “Jim avrebbe odiato questa cosa, era andato in Siria per raccontare le atrocità commesse in quel Paese e invece la sua morte, la morte di un singolo cittadino americano, ha avuto più pubblicità di qualsiasi altra notizia dal Paese”. Nel film il video non c’è per scelta del regista, “le persone devono poter scegliere se guardarlo o no. Io stesso a oggi ho visto solo la versione in cui non viene mostrato il momento dell’uccisione”, ha detto Oakes. Il documentario sarà distribuito dal 2 settembre. (lp)

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Tag: Siria

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