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Volontariato e disagio mentale: i corsi per superare la paura del "matto"

A Genova due associazioni di famiglie di persone con disturbi psichici, sostenute dal Celivo, propongono un percorso di formazione. Partecipano soprattutto giovani: “Arrivano spaventati, ma poi cambiano atteggiamento”

08 settembre 2016

GENOVA - Uno degli ambiti in cui è più difficile attrarre volontari è quello della salute mentale, perché è un mondo ancora poco conosciuto e in molte persone suscita paura, insicurezza, disorientamento. Tuttavia, esistono valide esperienze di volontariato che, a partire dalla formazione, aiutano gli aspiranti volontari a superare le perplessità iniziali. Come a Genova, dove il Csv provinciale Celivo sostiene e promuove l’attività di due associazioni impegnate nell’ambito della salute mentale: l’Alfapp e la Prato Onlus.

L’Alfapp – Associazione ligure famiglie pazienti psichiatrici, ogni anno, dal 2010, realizza dei corsi formativi rivolti a tutti, che forniscono le conoscenze necessarie per gestire una relazione di aiuto nel campo del disagio psichiatrico. I corsi, realizzati sempre nei mesi di ottobre e novembre, comprendono 7 lezioni teoriche sul disagio mentale e sul volontariato in questo settore, 2 incontri con lo psicologo e un periodo di tirocinio all’interno dell’associazione.
A frequentarli sono soprattutto studenti universitari, per aggiungere una referenza in più tra quelle di cui hanno bisogno per ottenere un lavoro, oppure pensionati, ma anche famigliari e persone che, per vari motivi, hanno avuto un contatto diretto con il mondo del disagio mentale.

Grazie alla collaborazione con il Celivo, da 5 anni ormai, l’associazione propone regolarmente questi corsi anche nelle scuole superiori di secondo grado, a cui partecipano mediamente 70 studenti all’anno. Stefania Dematteis, assistente sociale dell’Alfapp, spiega che “purtroppo non sono poi molti i ragazzi che scelgono di fare volontariato con noi ma, sempre più spesso, notiamo come l’esperienza del corso si riveli utile a distanza di anni e come i ragazzi tornino una volta usciti dalla scuola”.
Frequentando i corsi – ci spiega ancora – abbiamo visto, inoltre, come nei partecipanti cambi l’idea della psichiatria; spesso arrivano spaventati, ma poi imparando a conoscere questo tipo di problematiche e soprattutto come si possono affrontare, allora l’impressione migliora”.

La sensibilizzazione dei giovani, tra i banchi di scuola, è anche al centro delle molte attività realizzate dalla Prato Onlus, per cui il Csv provinciale di Genova ha realizzato, tra le altre cose, un video di presentazione.
L’immagine è infatti lo strumento scelto per far conoscere agli studenti cos’è il disagio mentale e come si può affrontare, ma anche quale può essere il ruolo di un volontario che opera con persone che hanno un  disagio mentale.
In tutta Italia, ad esempio, si stanno moltiplicando esperienze come quella messa in campo dall’associazione Prato onlus che dà l’opportunità, a chi se la sente, di vivere da solo per un periodo di tempo più o meno lungo, insegnandogli a gestire una casa in tutti i suoi aspetti, dalla spesa, alle bollette, alle riparazioni che possono rendersi necessarie. Lo scorso anno sono state 14 le persone sostenute e accompagnate in questa esperienza.

“La nostra attività – racconta la presidente Roberta Antonello - è iniziata 11 anni fa con i gruppi di auto-aiuto per 7/10 persone, provenienti da istituti psichiatrici e comunità di recupero; una modalità di intervento – spiega – che resta ancora oggi alla base del nostro agire. L’obiettivo era ed è quello di favorire una reale inclusione di queste persone all’interno della società, restituendogli la possibilità di vivere da protagonisti le proprie scelte”.
L’associazione Prato, opera principalmente con persone che hanno problemi di schizofrenia e disagi psichici, con un’età media che va dai 35 ai 70 anni. Inizialmente, si trattava di persone ricoverate in reparti psichiatrici o appena dimesse. Oggi, invece, “non abbiamo persone ricoverate – dice la presidente – bensì con una sintomatologia evidente; il problema è che non hanno opportunità di re-inserirsi”.

Ai progetti di residenzialità si è arrivati con il tempo, quando le persone che prendevano parte ai gruppi di auto-aiuto hanno manifestato un desiderio di vivere il quotidiano in modo autonomo e una voglia di allontanarsi da contesti difficili fatti anche di solitudine, che sono diventati più grandi delle loro paure e insicurezze.
Il ruolo dell’associazione è diventato e continua ad essere, quindi, quello di catalizzatore delle risorse, che interviene se e quando la persona o il gruppo non ce la fa. Oggi, infatti, molte di queste persone sono riuscite a guardare oltre, imparando anche a rispondere al bisogno di un altro. Federico, ad esempio, prepara le medicine di Gabriele che è molto distratto e dimentica sempre se le ha prese oppure no; Silvia, invece, non vuole tenere le sigarette per paura di fumarne troppe e ha chiesto agli altri di conservarle per lei; Emilia e Federico, poi, si dividono le persone da contattare a cui vanno ricordati gli appuntamenti.

Da questa esperienza è nato anche un libro, “Dichiarati matti” scritto dagli stessi protagonisti, durante un laboratorio di scrittura durato tre anni, in cui hanno potuto e voluto raccontare la propria esperienza, per andare “oltre gli stereotipi – come si legge nella presentazione – a chi è interessato alle persone e non alle etichette, a chi si sente di appartenere all’umanità tutta”.

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