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Vent’anni di clown in corsia: "Non basta un naso rosso per lavorare con i bambini"

A Firenze la Onlus “Soccorso Clown”, pioniere della clown-terapia in Italia, spegne le sue prime 20 candeline e festeggia con una mostra fotografica. Al Consiglio Regionale della Toscana gli scatti di Patrick Gripe. Dal 29 settembre al 10 ottobre

28 settembre 2016

Foto di Patrick Gripe
Vent’anni di Clown in corsia - Foto 5

- FIRENZE – “La prima volta che ci siamo incontrati era il 2003. Io avevo naso rosso e scarpe lunghe, Massimo (nome di fantasia) solo pochi mesi. Oggi, che continuo a incrociarlo in corsia, mi saluta ancora con lo stesso entusiasmo di ieri”. Camice bianco e calzini a righe, cappello in testa e papillon, da 13 anni il dottor Fresco si aggira per le stanze del Meyer, l’ospedale pediatrico di Firenze, coi suoi compagni dai nomi buffi e il sorriso dipinto sulla faccia. Ai piccoli pazienti somministra una cura tutta speciale, a base di travestimenti, gag, pantomime, canzoni: in una sola parola, la clownterapia. Quella di Soccorso Clown, per l’esattezza, la Onlus di Firenze che per prima, vent’anni fa, volle fare scuola in Italia scommettendo sul potere terapeutico della risata sulle difficoltà della malattia. 

Era il 1995 quando Vladimir Olshansky, attore clown di professione, suo fratello Yury, cineasta, e Caterina Turi Bicocchi, decisero di proporre agli ospedali della Toscana e del Lazio, un’idea nuova, mutuata da New York e i “clown doctors” della “Big Apple Circus”: maestri di giocoleria e improvvisazioni a servizio della sanità, pronti a strappare sorrisi a tutti i bambini ricoverati nella capitale. Non semplici volontari, insomma, ma professionisti dello spettacolo, con tanto di pedigree nel teatro e nel campo dell’arte, prestati a tutti i reparti in cui ci fossero piccoli pazienti, dall’oncologia alla rianimazione, alla neurochirurgia. L’obiettivo, uno solo: alleggerire l’atmosfera dell’ospedale, limitare il dolore e il fabbisogno di farmaci, ridurre lo stress da paura e sofferenza, rendere più brevi e meno pesanti i giorni del ricovero.

E l’intuizione era giusta. Oggi, con i suoi 40 clown in corsia 5 giorni su 7, Soccorso Clown spegne venti candeline e festeggia con una mostra fotografica. Dal 29 settembre al 10 ottobre, infatti, gli scatti di Patrick Gripe che raccontano per immagini il piccolo mondo di clown e bambini saranno esposti al Consiglio Regionale della Toscana di Firenze (via Cavour 4). “Nel corso di questi anni siamo riusciti, finalmente, a essere accettati in corsia al fianco di medici e infermieri, dice Caterina Turi Bicocchi, direttore artistico di “Soccorso Clown”, e a far capire che non basta avere un naso rosso per lavorare con i bambini”.

Foto Patrick Gripe
Vent’anni di Clown in corsia - Foto 1

E infatti “pagliacci” non ci si improvvisa. Chi lavora nell’associazione deve seguire un corso di preparazione di un anno, fatto di lezioni in aula e tirocini in ospedale. “Nei primi mesi si viene affiancati a un clown esperto”, continua Caterina, “e si lavora sempre in coppia, come Stanlio e Ollio”. Regola numero uno: non imporsi mai. “Sulle terapie i bambini non hanno facoltà di scelta, con noi invece sì – racconta ancora Giacomo Gosti, in arte il dottor Fresco. Entriamo in stanza solo con il loro permesso, sono loro a decidere se stare da soli o passare del tempo in compagnia. Per noi sono bambini e basta, al di là delle malattie di cui soffrono, cerchiamo di lavorare sulla loro parte sana”. Ma a volte, anche con i più restii, basta una magia: “Un bimbo aveva paura, non voleva farci entrare. E allora ci siam messi a far le bolle di sapone dietro la porta. Alla fine si è messo a sedere per godersi lo spettacolo”. (Silvia De Santis)

Foto di Patrick Gripe
Vent’anni di Clown in corsia - Foto 4

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Clownterapia, Ospedale Meyer

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