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Disabilità intellettiva, con l'inclusione si aprono le porte dell'università

La battaglia di un gruppo di genitori per l’accrescimento e il riconoscimento delle competenze scolastiche. Ilaria ha ottenuto che sua figlia fosse ammessa all'esame di maturità e ora è iscritta a Lettere: "Comunque vada per noi è una grande vittoria"

10 ottobre 2016

ROMA - Se la scuola deve essere inclusiva, deve guardare ai “punti di forza” per tutti. Perché ciascuno, anche chi ha una disabilità intellettiva, possa fare tutto ciò che è in grado di fare. E’ in nome di questo principio e di questa convinzione che Ilaria Ceccarelli, mamma di una ragazza di 22 anni con un grave ritardo cognitivo, sta combattendo da anni una battaglia per l’inclusione vera. Una battaglia combattuta insieme ad altri due genitori, con cui condivide un sogno: “applicare la legge 104, anche negli articoli in cui parla di accesso all’università”. In altre parole, aprire le porte dell’università a chi, come i loro figli, ha una disabilità intellettiva ma, nonostante questa, la possibilità e soprattutto la voglia di acquisire certe competenze.

-“Mia figlia Rebecca ha un grave ritardo, ma come tutti i genitori sono tenuta a chiedermi: cosa vuole fare. E la risposta è e deve essere: il massimo”, ci spiega Ilaria, convinta che la scuola abbia il compito di “accompagnare i nostri ragazzi nel raggiungimento del massimo punto di forza”. La realtà però è spesso diversa da quanto anche la legge prevede: “e così i nostri figli, con il loro piano educativo individualizzato, difficilmente vengono formati sulle discipline, raramente svolgono attività propriamente didattica, molto più spesso trascorrono le ore fuori dalla classe, a colorare o scarabocchiare. La scuola, insomma, si trasforma per loro in un micro centro diurno. Noi famiglie siamo invitate a firmare un Pei differenziato (non equipollente), che automaticamente li indirizza a un attestato di frequenza, che nulla ha che vedere con un diploma di studi riconosciuto. E quindi preclude qualsiasi percorso universitario”.

Quello che questi tre genitori, in tre scuole diverse, chiedevano per i loro figli, era proprio lo sviluppo delle competenze disciplinari, attraverso un’attività didattica vera e propria. Questa, da un lato, era la richiesta rivolta alle scuole. L’altro interlocutore era il ministero dell’Istruzione, a cui le famiglie sono andate a presentare un vero e proprio progetto, nato da un’idea condivisa fra i genitori e il centro studi Cnapp: “Chiedevamo che, pur con la loro didattica differenziata e l'attestato delle competenze, i nostri figli fossero comunque ammessi all’università. E fossero sostenuti, pur senza diploma, da insegnante di sostegno e assistente alla comunicazione. Questo per 5 anni, 10 esami, una frequenza di tre volte a settimana, per un finanziamento complessivo di circa 30 mila euro”.

Un progetto ambizioso, che in realtà però non fa altro che applicare quanto previsto dalla legge 104 in materia di inclusione e diritto allo studio. “Chiedevamo semplicemente il riconoscimento delle competenze acquisite – precisa Ilaria –. Mia figlia non sa leggere né scrivere, ma sa le tabelline e riesce a fare le operazioni di aritmetica. Dopo la scuola, per lei ci sarebbe stato il nulla. E quindi la perdita anche delle abilità conquistate”. Così, nel settembre scorso il progetto è stato sottoposto al Miur, che è parso subito favorevole. Pareva che la Sapienza si fosse resa disponibile, ma poi ha fatto un passo indietro: c’era comunque la disponibilità della Cusano, ma pare non fosse possibile avviare il progetto solo con un’università privata. E così il progetto è naufragato e la nostra proposta è stata rifiutata”.

I genitori, però, avevano preso le loro precauzioni: “non essendo certi dell’esito favorevole del progetto, avevamo preteso di firmare il Pei a obiettivi minimi equipollente anziché differenziato, con l’attestazione delle competenze e quindi l’ammissione all’esame. L’obiettivo, insomma, era il diploma, anziché l’attestato di frequenza. “Così, avremmo comunque aperto ai nostri figli la porta dell’università, indipendentemente dall’esito del progetto presentato al Miur”. Rebecca però, come pure un altro ragazzo della “squadra”, non è stata ammessa all’esame, presso il liceo classico romano che frequentava. “L’altra famiglia non ha fatto ricorso, mentre io mi sono rivolta al Tar, che ha chiesto l’ammissione d’urgenza di Rebecca. Così mia figlia, a giugno, ha fatto gli esami con le prove equipollenti. Ma quando sono usciti i quadri, il suo nome non era insieme a quello dei compagni, ma in una bacheca a parte, con la scritta ‘giudizio sospeso’. Mancavano il voto dell’orale e il credito formativo di 17 punti, che non le era stato conteggiato. Ad agosto l’avvocatura di Stato ci ha comunicato la bocciatura di Rebecca”. Di nuovo, la famiglia si è però rivolta al Tar e “finalmente, il 30 settembre, il liceo ci ha comunicato la promozione di Rebecca, consegnandoci il diploma”.

Rebecca
Rebecca 1

Le iscrizioni all’Università erano chiuse dal 2 settembre, “ma allo sportello handicap de La Sapienza ho trovato grande comprensione e disponibilità: hanno ammesso comunque Rebecca alla facoltà di Lettere. E, visto che ha un diploma, mia figlia avrà diritto ad assistenza e sostegno. Siamo in attesa che questi servizi si attivino e Rebecca non vede l’ora di iniziare”, assicura la mamma, sottolineando l’importanza anche simbolica di questa battaglia e di questa vittoria.

“Primo, perché non è una battaglia che abbiamo combattuto solo per noi, ma speriamo e vogliamo che sia un precedente, capace di cambiare il modo di fare scuola e di fare inclusione. Secondo, perché abbiamo difeso e valorizzato ciò che i nostri figli sono in grado di fare, anziché concentrarci su quello che non possono fare. Mia figlia probabilmente non si laureerà, non sa neanche leggere e scrivere: ma ama ascoltare e imparare, mettersi in discussione ed essere valutata. Se non avessi giocato questa partita, oggi e per tutta la vita a venire starebbe a casa, perché i centri diurni non hanno posto. Avrebbe una badante, accanto a lei, che pagherei 1.500 euro, con il mio stipendio d’insegnante. Ma soprattutto perderebbe tutte le capacità che ha acquisito, non starebbe in mezzo agli altri, non potrebbe socializzare e starebbe male. Per questo, credo che si tratti di una battaglia contro le barriere culturali e mentali che, in Italia, ancora sono troppo alte, soprattutto quando si parla di disabilità intellettiva”. (cl) 

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