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I quattro gradi dell’amore per il prossimo: il nuovo libro di don Albanesi

Il presidente della Comunità di Capodarco va alle radici di un sentimento che muove l’impegno di tanti volontari. Evidenziando i rischi della teologia di inaridirlo con la razionalità, mentre va condito con esperienze concrete di accoglienza e condivisione

07 novembre 2016

ROMA - Nell’anno in cui la Comunità di Capodarco compie 50 anni, il suo presidente don Vinicio Albanesi pubblica un nuovo libro, intitolato I quattro gradi dell’amore del prossimo: una riflessione a tutto tondo sul cuore del messaggio cristiano, dedicata a chi fa volontariato e cerca un solido fondamento di fede al suo impegno. Con un focus sull’amore nei confronti degli altri, appunto, "che attraversa l’intera teologia, ma che risulta, ancora oggi, sfuggente: dato per scontato, ma scarsamente messo a fuoco come tema “teologico”", puntualizza l’autore.

I quattro gradi dell'amore. Copertina libro Vinicio

Ma quali sono questi quattro gradi dell’amore ipotizzati da don Albanesi? "L’amore di tutti: la giustizia;? l’amore per i propri cari: gli affetti;? l’amore per chi è in difficoltà: il volontariato; l’amore totale: il dono della vita", che a loro volta hanno due radici: quella esperienziale e religiosa, che "convergono in un’unica storia personale e di gruppo. Il processo di riflessione è deduttivo, dalla realtà umana alla riscoperta di principi ispiratori, sperimentando vari livelli di conoscenza e di esperienza". Ma queste molteplici “qualità” dell’amore vissuto e agito "si intersecano e si sovrappongono", "muovono all’azione; hanno intensità e coerenze diverse. Si possono declinare, infine, secondo una logica profondamente umana ed evangelica al tempo stesso. Riguardo all’intensità di questi sentimenti che diventano gesti concreti, don Vinicio puntualizza come sia "possibile graduare il proprio impegno in mille sfumature di sentimenti, di energie, di opportunità; ma non esistono regole che possono determinarne l’intensità".

L’impegno solidale può essere ispirato in partenza da diverse motivazioni che possono convivere "in una sintesi che necessariamente e` personale e – non meravigli – evolve nel tempo". Ancora, "le ispirazioni che considerano positivamente l’amore possono derivare da riferimenti culturali oppure da considerazioni sociali e politiche e infine da un orientamento religioso". Ma la palestra in cui si impara come mettere in pratica queste spinte interiori è, secondo il sacerdote, "la vita" in famiglia, nella società o in una comunità, luogo dove imparare "i passaggi necessari per giungere a una forma di comunione che impedisce giudizi e pregiudizi". I verbi chiave sono accogliere, condividere, progettare futuro.

Le opere di carità non sono strumento, ma diventano lo “stile” con il quale il cristiano è chiamato a vivere nel mondo, come il suo Signore e Maestro. Non si tratta, quindi, di fare “buone azioni” per tacitare la propria coscienza, ma di entrare in una relazione profonda e vitale con Cristo che contagia tutti i rapporti: «L’altro deve stare dentro di te; lo devi sentire senza bisogno di particolari segnali e allarmi. Solo così ti accorgi di come sta. Se sta bene, partecipi con lui del suo benessere. Ma se sta male, devi essere tu a capire, condividere, impietosirti, attivarti. E anche di fronte al male più impenetrabile c’è sempre una strada di uscita che porta un po’ di aria fresca, di speranza, di vita. Se nemmeno c’è un barlume di cielo, resta – come ultima istanza – la presenza "silenziosa". Più rassicurante di quanto immagini, perché la compagnia lenisce il dolore e aiuta a guardare in faccia la morte". Questa vicinanza, fa notare don Albanesi, non s’impara sui libri di teologia, imbevuti di razionalismo e non di coinvolgimento esistenziale, di principi morali e non di esigenza del cuore: "Si può parlare di amore del prossimo se lo si è vissuto. Non in maniera totale fino a donare la propria vita, ma almeno con l’impegno sincero di essere di aiuto a qualcuno". E questo amore rende felice non solo chi lo riceve, "ma anche chi lo dona". (lab)

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