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Il racconto dei nuovi "signori del cibo" e delle loro vittime ignare

Il nuovo libro-inchiesta di Stefano Liberti (Minimum Fax) ricostruisce le assurdità planetarie a cui si è spinta l’industria dell’alimentazione. Ormai in mano ad “aziende locusta” che puntano solo a sfruttare le risorse

23 novembre 2016

Se gli americani sono maestri di un certo tipo di inchieste – rigorose, complete, comprensibili e con un alto tasso di oggettività – Stefano Liberti è al momento il più “americano” dei nostri giornalisti. Per scrivere “I signori del cibo” (Minimum Fax, 2016, 329 pag., 19 euro), Liberti ha prima studiato centinaia di libri e articoli (sconosciuti ai più) sulle dinamiche dell’economia del cibo; scelta una chiave di racconto – e assicuratosi in modo originale la sostenibilità economica dell’impresa – ha poi affrontato un viaggio in quattro continenti per conoscere, in modo quasi chirurgico, un numero selezionato di luoghi e persone. Ne è risultata una solida ricostruzione delle assurdità planetarie a cui si è spinta l’industria dell’alimentazione, seguito ideale del suo precedente “Land grabbing”.

I signori del cibo. Stefano Liberti. Copertina

L’idea che attraversa il libro è semplice: il cibo è diventato ormai una “commodity”, cioè un bene in cui le differenze di qualità non contano, e che deve solo essere commercializzato - come il petrolio e i metalli; e la sua produzione/vendita è in mano ad “aziende-locusta” che puntano solo a sfruttare le risorse, far più soldi possibile in poco tempo e poi scappare. Così in Cina si ingrassano milioni di maiali importati dagli Stati Uniti con milioni di tonnellate di soia coltivata in Brasile; sempre in Cina si coltivano pomodori che, sotto forma di concentrato, arrivano in Italia per essere trasformati e esportati in Africa; e i pescherecci europei dragano gli oceani per soddisfare la fame di tonno a basso costo di americani e giapponesi.

Maiale, soia, tonno, pomodoro. Liberti ha scelto e messo in connessione queste quattro “commodities”, ma emerge con chiarezza che le loro logiche si potrebbero applicare ad altri cibi di largo consumo. Cibi in mano ad aziende sempre meno “del ramo”, che appartengono ormai a società che con il cibo non c’entrano nulla e naturalmente a inafferrabili colossi finanziari. Sono loro oggi i “signori del cibo”, non i discendenti dei grandi allevatori del midwest americano o dei grandi armatori spagnoli; e tantomeno delle cooperative di coltivatori e pescatori che cercano di combattere contro questo schema, ma non reggono ai monopoli, alle azioni di lobbying e al dumping praticato sui prezzi.

- Liberti, come in ogni grande inchiesta, mette alla prova i dati raccolti con le voci di imprenditori senza scrupoli e di altri che invece di scrupoli se ne fanno, e cercano con mezzi e idee moderne di far affermare un altro modello produttivo e commerciale; fa parlare ricercatori, grandi e piccoli produttori, ambientalisti, politici, sindacalisti. E fa parlare le vittime: come i residenti vicino alle immense lagune di escrementi di maiali nelle pianure americane, costretti a vivere letteralmente sigillati in casa; i raccoglitori di pomodori e i loro “ignari” sfruttatori nel nord della Cina; i pescatori del Senegal che sanno solo vagamente perché da qualche anno le loro barche tornano mezze vuote; la venditrice (sempre in Senegal) del grande mercato dove si trovano sono cibi a prezzi ridicoli confezionati in altri continenti; i contadini dell’alto Ghana, che danno la colpa al Burkina Faso (senza sapere nulla della triangolazione Cina-Italia-Africa) per aver dovuto abbandonare le loro coltivazioni di pomodori. E fa parlare il personaggio che forse resta più impresso: il capo della decaduta azienda statale di trasformazione dei pomodori in Ghana che, in un’atmosfera da Deserto dei tartari, aspetta “investitori stranieri” e si guarda bene dal dire qualcosa di male contro le multinazionali e le scelte stesse del suo governo.

Non sorprende che le presentazioni del libro che Liberti sta facendo in tutta Italia vedano platee, anche di giovani, attentissime e sensibili. Ci si rende conto, infatti, che il cibo è forse l’argomento migliore per far comprendere a tutti - perché tutti mangiamo - come funzionano le società, la politica (che emerge ancora una volta sconfitta) e la finanza internazionale. Ed è solo con queste conoscenze, sembra far capire l’autore, che le poche speranze di cambiamento che l’inchiesta ci lascia potranno essere alimentate e avverarsi. La nostra pur crescente consapevolezza sul cibo, spesso generica e un po’ elitaria, non basta più. (st)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: cibo, Libri

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