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Apolidia, oltre 15 mila "senza patria" in Italia. La legge è da un anno in Senato

Sono 10 milioni, secondo le stime, gli apolidi nel mondo, 600 mila in Europa. Nel nostro paese la maggior parte sono rom e sinti arrivati dalla ex Jugoslavia. A fare le spese della situazione soprattutto i bambini, che si trovano in un limbo giuridico. Una legge cerca di disciplinare il tema, ma da un anno è bloccata. Le associazioni chiedono al governo di sanare la situazione

24 novembre 2016

ROMA – Senza patria, senza diritti e troppo spesso senza accesso ad alcuni servizi basilari. Sono 10 milioni, secondo le stime, gli apolidi nel mondo, 600 mila in Europa e 15 mila solo in ItaliaUn esercito di persone che non vengono considerate come cittadini da nessuno stato. La maggior parte proviene da nazioni che non esistono più come la ex Jugoslavia, ma anche da Palestina, Tibet, Eritrea e dai paesi dell’ex Urss. In Italia la maggior parte degli apolidi sono rom e sinti, spesso figli di persone che si sono trasferite dalla Jugoslavia negli anni ‘90. Proprio le seconde e terze generazioni, i figli cioè di apolidi non riconosciuti, pagano le conseguenze peggiori di questa situazione: pur essendo nati e cresciuti qui, infatti, non hanno uno status, come irregolari non possono ottenere una cittadinanza e spesso neanche godere di diritti fondamentali. Per riaccendere i riflettori su un tema poco conosciuto (e poco considerato) nel nostro paese, e che tocca soprattutto i minori, il Cir ha organizzato una tavola rotonda a Roma, a cui hanno partecipato le più grandi organizzazioni che lavorano sulla tutela dei diritti umani, come A Buon diritto, Unhcr, Ens, Asgi, Associazione 21 luglio e Sant’Egidio.

Il disegno di legge sull’apolidia fermo da un anno in Senato. Nel nostro paese una legge organica sul tema non esiste. Per essere riconosciute come apolidi le persone “senza patria” possono percorrere due strade: quella amministrativa, che prevede requisiti molto precisi come il certificato di nascita, il permesso di soggiorno, la residenza dimostrabile, e quella giudiziale che viene più usata perché meno restrittiva nei requisiti, ma che può essere anche molto onerosa, dal momento che prevede il ricorso a un legale. Per ovviare a questa situazione a novembre 2015 è stato presentato un disegno di legge in Senato . L’obiettivo del provvedimento, che ha come primo firmatario il presidente della commissione Diritti umani, Luigi Manconi, e promosso insieme al Cir, è di mettere ordine nella disciplina semplificando la procedura per il riconoscimento dello status di apolide. Attualmente, infatti, la doppia procedura crea disparità di trattamento, lungaggini burocratiche e diverse criticità, come spiega Daniela Di Rado del Consiglio italiano per i rifugiati: “Le persone spesso continuano a rimanere nell’irregolarità per anni in attesa di avere lo status. Una legge ad hoc consentirebbe, invece, a chiunque si trovi in questa situazione di poter accedere alla procedura di riconoscimento dello status di apolidia, allegando la documentazione prevista, ma non precludendo da subito la possibilità del procedimento. Oggi per accedere alla procedura amministrativa, infatti, una persona deve già avere un permesso di soggiorno –aggiunge-. Nel futuro potrebbe ottenerlo quando fa una richiesta apposita, come avviene per la richiesta di protezione internazionale. A volte già si fa discrezionalmente, col disegno di legge sarebbe norma dello Stato” aggiunge Di Rado.

Il problema dei minori e i costi sociali di una legge che non c’è. C'è poi il problema dei minori, spesso nati in Italia, a cui possono essere preclusi diritti come l’accesso all’assistenza sanitaria (perché le famiglie sono riluttanti a farli curare per paura di essere segnalate alle autorità), alla scuola o ai servizi di previdenza sociale. Spiega ancora l’esperta del Cir: “Oggi per i bambini è possibile accedere alla cittadinanza, tramite ius soli (in base alla legge 91/92, ndr) solo se sono nati da genitori riconosciuti apolidiNei fatti, però, soprattutto nella comunità rom molti bambini nascono da genitori non riconosciuti legalmente, quindi i figli non sono eleggibili come cittadini. Restano, invece, in una sorta di limbo giuridico”. Aurora Sordini, avvocata dell’associazione 21 luglio ha seguito diversi casi di mancato riconoscimento: “Parliamo di persone che non hanno diritto alla cittadinanza e a tutti i diritti a essa connessi, invisibili cioè davanti alla legge. Per noi seguirli è una missione sociale – spiega - perché ogni caso che si risolve vuole dire dare un futuro e una speranza a una famiglia. Soprattutto i bambini, se i genitori sono irregolari – aggiunge - vivono in una situazione deteriore rispetto all’adulto, in quanto non hanno accesso ai servizi scolastici di qualità o ai servizi sanitari, ma hanno anche difficoltà di integrazione perché costretti in spazi segreganti e lontani dalle città, come i campi rom”. Tra i casi emblematici c'è quello di una ragazza che ha una procedura in corso per il riconoscimento dell’apolidia. “Questa ragazza aveva ottenuto un permesso di attesa apolidia e con questo, tramite una borsa lavoro, aveva trovato un’occupazione. Allo scadere del permesso si è recata in questura ma il rinnovo le è stato negato, così ha perso il lavoro e, di conseguenza, i suoi bambini ora non hanno un permesso di soggiorno – aggiunge -. Le persone diventano così irregolari, è un annullamento del diritto”. 

Troppa discrezionalità: "la situazione va sanata nell'interesse di tutti". In alcuni casi di rigetto le persone possono far ricorso al permesso umanitario, ma la concessione è rimessa alla discrezionalità delle questure. “Questa discrezionalità è usata spesso in maniera positiva – sottolinea il prefetto Angelo Di Caprio, direttore del servizio centrale per i Diritti civili, la Cittidinanza e le minoranze del ministero dell’Interno – ma rimane il problema della carenza normativa, su cui invece interverrebbe il ddl. Purtroppo oggi una prassi omogenea tra le questure non c’è”. Anche secondo il prefetto Riccardo Compagnucci, consulente della Commissione diritti umani, “l’intervento discrezionale è sempre sul caso singolo, e di per sé, dunque, discriminatorio, anche se positivo – spiega –. Questa materia non può essere lasciata alla sensibilità del singolo funzionario o alla lungimiranza di un giudice bravo. Il disegno di legge cerca di rompere questo meccanismo, pur mantenendo le due strade. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un intervento normativo schizofrenico, o quanto meno bipolare, perché la convenzione del '61 che abbiamo ratificato dopo 50 anni, ci chiede di superare l’apolidia, mentre la legge ha l’obiettivo di facilitare l’acquisizione di questo status. In realtà non è così, perché oggi abbiamo il problema giudiziario e amministrativo di risolvere tutta una serie di casi e di sanare una situazione che non abbiamo mai affrontato”. In particolare, Compagnucci, spiega che “non si tratta di un atto di bonta, perché sanare la situazione è nell’interesse della società. Anche nei casi di reati gravi è più facile avere giustizia davanti a qualcuno che è legalmente riconosciuto, anziché a qualcuno che per lo stato non esiste”. Come Compagnucci, anche le associazioni, sperano che il disegno di legge veda la luce, anche se dopo un anno non ha compiuto neanche un passo in Senato. L’alternativa potrebbe essere quella di inserire un emendamento sull’apolidia nel disegno di legge sulla riforma della cittadinanza, approvato alla Camera e ora in discussione al Senato.

Non chiamateli “invisibili”. Anche la Comunità di Sant’Egidio si è occupata spesso del tema, soprattutto nel caso dei rom e sinti. “Bisogna tener conto che siamo di fronte a una situazione anomala – sottolinea Paolo Ciani -. La vicenda dei rom senza status giuridico riguarda un numero limitato di persone, ma allo stesso tempo c’è una sovraesposizione del tema a livello di opinione pubblica. Spesso parliamo di queste persone come invisibili, ma si tratta di bambini nati nei nostri ospedali, iscritti nelle nostre scuole, registrati nei nostri campi rom. Il loro problema non è certo la loro visibilità ma lo status giuridico che non hanno, per il resto sono visibilissimi da anni”. Per richiamare l’attenzione sul problema che coinvolge 600mila persone  in Ue, 50 organizzazioni della società civile, riunite nell’European network on statelessness( Ens) hanno consegnato una petizione ai parlamentari europei. “Quello che chiediamo agli stati è di adottare le convenzioni del '54 (L.306/62, ndr) e del '61, di rendere accessibile e facile la registrazione delle nascite e di mettere in pratica tutta una serie di tutele per concedere la cittadinanza ai bambini nati sul territorio, che altrimenti sarebbe apolidi – spiega Martina Bezzini di Ens -. L’obiettivo finale è porre fine all’apolidia e quindi fare in modo che tutti possano avere accesso a diritti fondamentali come la salute e all’istruzione”. Anche l’Unhcr ha lanciato una campagna sul tema dal titolo “I belong”. “Si tratta di una campagna globale per porre fine apolidia entro 10 anni - spiega Enrico Guida -. Per farlo si prevede un piano in 10 azioni che, se implementate, permetteranno la definitiva eliminazione entro il 2024”. (Eleonora Camilli)

 

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