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Ananas e banane, quando la frutta è #buonaegiusta

MakeFruitFair!, la campagna europea per fermare lo sfruttamento dei lavoratori delle piantagioni di frutta tropicale, grazie anche a Gvc, arriva in 20 punti vendita di Coop Alleanza 3.0. Fino al 4 dicembre a chi acquisterà frutta sostenibile avrà un omaggio alla cassa

29 novembre 2016

- BOLOGNA - A chi non piace la frutta tropicale? Chi non ama ananas e banane? Ma quanti sanno come sono coltivate? Talvolta i consumatori ignorano che spesso i lavoratori delle piantagioni di frutta tropicale ricevono solo 1 euro al giorno per 12 ore di lavoro, che vivono e lavorano in condizioni indegne, a contatto con pesticidi nocivi per la loro salute e per l’ambiente, senza tutele e diritti sindacali. È per dare loro voce che nasce MakeFruitFair!, campagna europea di sensibilizzazione per fermare lo sfruttamento dei lavoratori e l’inquinamento ambientale. “Contribuire è molto semplice – spiega Gvc onlus, una delle 19 organizzazioni di tutto il mondo che hanno dato vita alla campagna –. Chiunque può scegliere di essere un consumatore consapevole decidendo di acquistare frutta #buonaegiusta, come lo diciamo noi, con l’hashtag davanti”. Fino al 4 dicembre, poi, MakeFruitFair!, grazie anche alla collaborazione con Fair Trade Italia, sarà ospitata in 20 punti vendita di Coop Alleanza 3.0: “A tutti gli acquirenti di frutta #buonaegiusta, in particolare ananas o banane, sarà consegnato un omaggio alla cassa”. Ma cosa si intende con ‘frutta #buonaegiusta’? “Frutta buona per chi la mangia, per chi la produce, per l’ambiente e la comunità”.

Campagna frutta #buonaegiusta

MakeFruitFair! nasce in Germania nel 2010, e nel marzo del 2015 è stata replicata e ampliata in 20 Paesi europei ed extraeuropei – tra cui l’Italia –, con le 19 ong che hanno cominciato a lavorare in stretta collaborazione con le piccole organizzazioni di agricoltori e sindacati nelle piantagioni in Africa, America Latina e Caraibi per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di migliaia di persone che coltivano, raccolgono e impacchettano la frutta tropicale che poi arriva anche sulle nostre tavole. L’esempio più eclatante riguarda la banana, il frutto più commercializzato a livello mondiale, coltivato in più di 150 Paesi, per un totale di 107 milioni di tonnellate prodotte all’anno. Richiesta principale avanzata dalla campagna? “Vogliamo che i supermercati, i più potenti attori lungo la filiera, paghino prezzi equi ai loro fornitori affinché coprano i costi di una produzione sostenibile. Ma anche i governi devono fare la loro parte, impedendo gli abusi di potere d’acquisto dei supermercati e incoraggiando politiche di sostegno per la produzione di frutta equa”. Tanti, nel corso degli anni, i video realizzati per la campagna.

Una prima vittoria dell’attività di sensibilizzazione e advocacy di MakeFruitFair! è arrivata lo scorso giugno, quando il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione un’azione congiunta contro le pratiche ingiuste di mercato (UTPs, Unfait trade practices) esercitate nella catena produttiva agroalimentare, per tutelare i piccoli produttori e i lavoratori agricoli, in Europa e nel Sud del mondo.

Ma sono stati registrati anche altri successi sparsi per il mondo. Uno, per esempio, porta la firma di Banana Link, partner di MakeFruitFair!, ong impegnata nella produzione sostenibile di banane e ananas. Banana Link dal 2013 lavora con l’Unione generale dei lavoratori agricoli del Ghana e del Camerun, con l’Unione internazionale del cibo agricolo e con le associazioni dei lavoratori di hotel, ristoranti, catering e del tabacco, per formare i lavoratori sui loro diritti e rendere più incisive le azioni di pressione dei sindacati per migliorare le condizioni lavorative nelle piantagioni di banane in Cameroon e Ghana. Un report realizzato per MakeFruitFair! presenta gli obiettivi raggiunti: aumenti dei salari del 92 per cento, riduzione delle ore di lavoro, fornitura di equipaggiamenti protettivi e una maggiore consapevolezza dei diritti dei lavoratori, come conferma Anna, giovane camerunense: “Ora mi sento più forte: posso parlare con chiunque, esprimere me stessa ovunque perché ho consapevolezza dei miei diritti. Li conosco perché sono stata formata. Posso parlarti del Codice del lavoro e degli Accordi collettivi”. “I lavoratori ora sanno come tutelare la propria salute sul posto di lavoro – aggiunge Veolette dal Ghana –. Sanno che se si sta dando del fertilizzante, prima di mangiare ci si deve lavare le mani; e che la divisa va levata quando si entra in casa e tenuta lontana dalla portata dei bambini”.

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