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Vince il no, Renzi lascia. A rischio le riforme su terzo settore e povertà

Le dimissioni del presidente del Consiglio sono un evidente stop per alcuni misure intraprese nel corso dei mille giorni di governo. Rischia lo stallo la riforma del terzo settore, ancora in attesa di molti decreti attuativi. Si allontana il Piano nazionale di contrasto alla povertà, incognite sulla dotazione del Fondo non autosufficienza

05 dicembre 2016

ROMA – La vittoria dei “no” al referendum confermativo della riforma costituzionale è stato fatale al governo guidato da Matteo Renzi, che dopo poco più di mille giorni di attività sceglie la via delle dimissioni nelle mani del Capo dello Stato, Sergio Mattarella. E con le dimissioni arriva anche un punto di domanda grande come una casa su alcuni dei provvedimenti che la maggioranza di governo aveva portato a casa  nel corso della legislatura.

- A termini di Costituzione, in realtà, la fine del governo Renzi non necessariamente significa la fine della legislatura: è più che probabile infatti che il presidente della Repubblica conferisca l’incarico di formare un nuovo governo ad un’altra persona che si assumerebbe il compito di traghettare il paese fino al voto, probabilmente dopo aver riformato la legge elettorale che al momento prevede due modalità differenti fra Camera e Senato con la certezza quasi assoluta che andare al voto subito significherebbe trovarsi con un’ampia maggioranza del partito vincitore alla Camera ma con una situazione completamente bloccata al Senato. Scenario di instabilità che certamente non piace al Capo dello Stato.

NON AUTOSUFFICIENZA. Al di là delle prossime mosse, il governo Renzi garantirà comunque l’approvazione definitiva della legge di bilancio, che ha avuto finora il via libera di un solo ramo del Parlamento. Improbabile, soprattutto nelle nuove condizioni, che possa subire modifiche sostanziali. Fra i provvedimenti inseriti nella legge di bilancio c’è da ricordare l’aumento di 50 milioni di euro per il 2017 del Fondo per la non autosufficienza, destinato così – con l’aggiunta delle risorse a suo tempo già stanziate - ad arrivare stabilmente a quota 450 milioni. Il ministro delle Politiche sociali Poletti aveva espresso appena qualche giorno fa l’intenzione di aggiungerne altri 50, per arrivare a quota 500 milioni, e le associazioni avevano chiesto un ulteriore sforzo per giungere a 550 milioni: andrà verificato se tale ipotesi resta sul piatto o se le mutate condizioni istituzionali faranno saltare l’intenzione governativa.

POVERTA’. Discorso simile per le misure destinate al contrasto alla povertà. La versione della legge di bilancio approvata in prima lettura alla Camera prevede in sintesi uno stanziamento del Fondo pari complessivamente a circa 1,2 miliardi nel 2017 e 1,7 miliardi nel 2018. Non sono arrivati, nei fatti, gli aumenti che aveva chiesto a gran voce l’Alleanza contro la povertà, ma è stato previsto l’accorpamento nel Fondo per il contrasto alla povertà degli stanziamenti finora previsti per l’Asdi, l’assegno di disoccupazione. Un passo avanti indubbio nell’ottica della integrazione fra le misure che attualmente sono in essere (l’Asdi e il Sia) ma non certo quello scatto in avanti in termini di incremento delle risorse che sarebbe stato utile ad allargare la platea dei beneficiari e a rafforzare la rete dei servizi territoriali, aspetto quest’ultimo che si è rivelato essere il vero punto debole dei primi mesi di sperimentazione del SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva). In tutto questo, cosa se possibile ancor peggiore, la crisi di governo e i tempi incerti sulla fine della legislatura gettano ombre anche sull’iter del ddl povertà, che dovrebbe segnare il passaggio ad un vero e proprio Piano nazionale di contrasto alla povertà assoluta.

TERZO SETTORE. Diventa complicato anche il cammino della riforma del terzo settore, provvedimento che il Parlamento ha sì approvato da tempo ma sotto forma di legge delega, che chiama dunque il governo alla scrittura dei relativi decreti attuativi per far sì che il testo normativo non resti lettera morta. Al momento l’unico decreto approvato è quello relativo al servizio civile, mentre tutti gli altri - dal fisco del non profit al codice unico, fino all’impresa sociale – non hanno ancora visto la luce. Le dimissioni del governo non dovrebbero causare grossi danni al decreto sul servizio civile, attualmente in attesa di essere esaminato delle Commissioni competenti di Camera e Senato per i prescritti pareri di legge, prima di tornare al Consiglio dei ministri per la deliberazione finale. Nel caso di un (probabile) proseguo della legislatura, il via libera finale non dovrebbe essere a rischio. Ben diversa la situazione su tutto il resto, ad iniziare da quello che era atteso per primo, quello sull’impresa sociale. Difficile che venga presentato mentre l’esecutivo gestisce solo l’ordinaria amministrazione: di fatto, il lavoro svolto in questi mesi (o anni) resterà a disposizione del prossimo governo, che potrà decidere autonomamente se dargli corso o meno. Il governo che (a meno di improbabili elezioni immediate) subentrerà a quello dimissionario manterrà ovviamente tutte le deleghe assegnate dal Parlamento, compresa quella sul terzo settore, per la quale avrà tempo fino al maggio 2017 per approvare altri schemi di decreti legislativi.  Ma in questo avrà ampia discrezionalità sia sul farlo o meno, sia sul cosa scriverci dentro. Le dimissioni del governo Renzi non sono dunque uno stop definitivo e inappellabile, ma certamente da oggi la riforma del terzo settore rischia di subire una brusca frenata.

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Referendum costituzionale, Riforma terzo settore, Servizio Civile, Povertà, Non autosufficienza

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