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Migranti, a Como e Ventimiglia accoglienza al collasso

La denuncia l’organizzazione We World in un lungo dossier: violazione dei diritti, violenze e abusi dopo la chiusura delle frontiere. “Città lasciate sole, senza sostegno del governo”. Il problema dei minori non accompagnati

16 dicembre 2016

- ROMA - Con la chiusura delle frontiere da parte di Francia e Austria i migranti, approdati sulle coste italiane, si trovano intrappolati nel nostro territorio, senza possibilità di proseguire il viaggio verso altri paesi europei. A farne le spese, oltre a loro, sono soprattutto le città di frontiera, come Ventimiglia e Como, che si trovano a dover gestire i continui flussi di persone che transitano e che si fermano temporaneamente, aspettando di varcare i confini. Lo denuncia il nuovo Brief Report dell’organizzazione umanitaria WeWorld. Nel documento si evidenzia come gli atteggiamenti e le iniziative restrittive da parte degli stati europei, poco disposti a condividere le responsabilità e più propensi a esternalizzare il controllo dei flussi di migranti, stiano avendo forti ripercussioni sui migranti stessi e i loro progetti migratori, sui paesi d’approdo come Italia e Grecia, e sulle città di frontiera, in particolare, come Ventimiglia e Como.

“Molto spesso sentiamo ripete la frase ‘emergenza migranti’ ma ci teniamo a sottolineare che la chiusura parziale della rotta balcanica, non ha avuto influenze di rilievo sui flussi diretti verso l’Italia: i migranti arrivati sulle nostre coste nel 2016 sono 173.069, a fronte dei 153.842 arrivati nel 2015. Semmai è la chiusura delle frontiere che ha avuto forti ripercussioni sul contesto italiano: i migranti che sbarcano in Italia vi rimangono intrappolati” sottolinea Stefano Piziali, responsabile advocacy e programma Italia di WeWorld .

Ventimiglia e Como lasciate a sé stesse, senza un sostegno concreto da parte del governo centrale. Secondo l’organizzazione, l’istituzione dei campi di accoglienza della Croce Rossa, uno per città, è una risposta insufficiente e inadeguata, dettata dall’emergenza del momento. Queste strutture non sono servite a risolvere il problema. Molti migranti, di cui la metà sono donne, bambini, bambine e adolescenti – nella maggior parte dei casi minori non accompagnati – continuano a stazionare in altri luoghi delle due città, più o meno informali, più o meno pubblici. I centri di prima accoglienza sono poco accoglienti, sovraffollati, con scarsità di servizi igienici. Inadeguati per accogliere, a maggior ragione se si tratta di persone vulnerabili e a rischio, come donne e popolazione under 18. Le criticità principali che si riscontrano sono legate sia ai bisogni primari ( cibo, vestiti, coperte, un tetto sotto cui dormire, cure e assistenza) si alla burocrazia perché – scrive l’organizzazione - anche quando i migranti sono a conoscenza delle procedure di regolarizzazione e avrebbero diritto alla relocation, spesso preferiscono rimanere irregolari a causa della lentezza delle procedure burocratiche per ottenere uno status regolare, sia in Italia sia all’estero (tramite relocation). Come racconta Rashid: “Sono arrivato un mese fa, e solo qui a Ventimiglia ho sentito parlare del programma di relocation. Ho deciso di fare domanda ma sono sconfortato dai lunghi tempi di attesa”. Finora, infatti, c’è stata la ricollocazione di soli 1.549 migranti dall’Italia (sui 39.600 previsti) e di 5.437 dalla Grecia (su 66.400 previsti) .

Il problema dei minori non accompagnati. Sul totale dei migranti a Ventimiglia, quasi la metà sono donne (32,7 per cento) e adolescenti (15,9 per cento). E gli/le adolescenti sono quasi tutti minori non accompagnati. Questi giovanissimi, al pari degli adulti, non hanno intenzione di rimanere in Italia, ma andare in altri paesi europei dove inoltrare domanda di protezione internazionale. Piuttosto che attendere un destino incerto, i migranti preferiscono allora rimanere irregolari e tentare di varcare i confini alla volta di altri paesi europei (A Ventimiglia solo il 7,5 per cento dei migranti ha espresso il desiderio di fare richiesta di protezione internazionale in Italia). Perseguono con coraggio e determinazione questo obiettivo, come il piccolo Omar (13 anni): “Tre anni fa, una notte, sono scappato di casa assieme a due amici. Non volevo fare il soldato”. Passando per il Sudan e la Libia è arrivato in Italia, prima a Milano, poi a Ventimiglia. “Ma io ho intenzione di raggiungere mio fratello in Germania. Ho già provato diverse volte, in treno e a piedi e ci riproverò”. I giovani migranti sono una popolazione particolarmente vulnerabile, sia perché non accompagnati, privi di assistenza e rappresentanza da parte dei propri genitori, sia perché in transito, quindi non inseriti nel sistema di tutela e protezione previsto. A Ventimiglia solo il 7,5% dei migranti ha espresso il desiderio di fare richiesta di protezione internazionale in Italia.

Violenze e abusi. Il rapporto denuncia poi che gran parte dei migranti intrappolati in Italia hanno subito conseguenze devastanti di guerre, conflitti, assenza di democrazia e diritti umani nei paesi d’origine, rischiano violenze e soprusi durante il lungo viaggio per l’Europa, ma anche in Italia. Il 24, 3 per cento dei migranti in transito a Ventimiglia ha apertamente dichiarato di aver subito violenza: in Libia, durante il viaggio sul barcone o in Italia, Grecia e Ungheria. Tra questi le donne sono il 27 per cento e più della metà (67 per cento) ha subito violenza sessuale in Libia. La storia di Kibra, una giovane di 19 anni, è emblematica: “a 14 anni ho iniziato a lavorare come domestica presso una famiglia. Ma il mio padrone mi ha stuprata e io sono rimasta incinta. Sono scappata ma in Libia sono stata maltrattata e ho rischiato di finire nel giro della prostituzione. Poi un uomo mi ha aiutata a scappare e a imbarcarmi per l’Italia”. I migranti sono particolarmente appetibili per il mercato del sesso e per lo sfruttamento lavorativo, in generale per attività illecite di vario tipo (non ultimo, le attività dei passeur che a Ventimiglia e Como si fanno pagare per trasportare i migranti oltre confine).

“In conclusione – sottolinea l’organizzazione - le situazioni presenti nelle città di frontiera di Ventimiglia e Como non sono paragonabili a quella di Calais in Francia, ma rischiano di trasformarsi in qualcosa di simile se non si affronterà la questione, a livello europeo. L’Europa, e ancor più gli stati europei confinanti con quelli d’approdo dei migranti, non possono sgravarsi delle proprie responsabilità e semplicemente decidere di chiudere le frontiere. In Italia e nelle città di frontiera il sistema d’accoglienza è al collasso e i trafficanti ne approfittano per i loro affari illeciti a danno dei migranti. “Chiudere le frontiere non è una soluzione, e non fa altro che contribuire a peggiorare le condizioni di vita dei migranti, già segnate da lunghi viaggi ed esperienze traumatiche” – continua Piziali. Il sistema d’accoglienza italiano cerca in qualche modo di gestire i continui flussi di migranti, ma sempre in un’ottica di emergenzialità e con enormi difficoltà. Di contro, ancora una volta, sono gli attori della società civile italiana ad attivarsi per i migranti. Sia a Ventimiglia sia a Como solo le iniziative dal basso da parte di organizzazioni no profit, del volontariato o dei singoli cittadini riescono a fare la differenza, offrendo supporto ai migranti e colmando le carenze del sistema. Ma si tratta di risposte e azioni spontanee, spesso non organizzate e strutturate che, pur essendo essenziali, da sole non bastano a proteggere e promuovere i diritti dei migranti, in primis quello di avere un futuro migliore in Europa, lontano da miseria, guerre, e ingiustizie”.

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Tag: migranti, accoglienza

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