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Media e disabilità. Capoccetti: denunciare sì, fare la lagna mai

Dossier "Niente stereotipi, per favore"/5. Dieci puntate, dieci professionisti della comunicazione (disabili) che raccontano come giornali e tv rappresentano la disabilità. Alessandro Capoccetti, direttore italiano della campagna sociale inglese "Models of diversity": la condizione di fotografo disabile mi ha favorito

30 dicembre 2016

Alessandro Capoccetti
Alessandro Capoccetti

ROMA -  Più l’occhio della gente sarà abituato alla diversità, più le persone disabili cominceranno a uscire allo scoperto. E in questo i media giocano un ruolo importante. Ne è convinto Alessandro Capoccetti, 38 anni, fotografo, direttore italiano della campagna sociale inglese "Models of diversity": una diagnosi alla nascita di focomelia, a cui segue da adulto la  scoperta di avere una malattia genetica molto rara, che comporta malformazioni alle gambe e alle mani. Oltre che di fotografia, Capoccetti è appassionato di musica ed è diplomato al Saint Louis College of music di Roma. La sua è una delle voci raccolte nel dossier "Niente stereotipi, per favore", pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle (anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disablii.

"Da qualche tempo a questa parte - sottolinea - i media italiani hanno cominciato a trattare il tema della disabilità con la dovuta attenzione e, soprattutto, dando il giusto valore alle persone che incarnano un modello fisico differente. È cominciato tutto con le Paralimpiadi di Londra, quattro anni fa. Poi l’interesse per gli sportivi si è esteso anche agli altri, creando maggiore attenzione per l’intera categoria. Tutto nasce, infatti, dall’ammirazione per la persona disabile che affronta e supera la propria disabilità, lasciando fuori dalla porta ogni pietismo. Di conseguenza le stesse persone disabili hanno smesso di nascondersi. In altre parole, ciò che prima si sentiva il bisogno di coprire o di mimetizzare oggi tende a diventare oggetto da mettere in mostra. E i media possono alimentare fortemente questo processo: più l’occhio di chi guarda sarà abituato alla diversità, più le persone disabili cominceranno a uscire allo scoperto". 

Per Alessandro Capoccetti "un contributo in questa direzione viene anche da parte di tanti programmi tv, in cui la persona disabile diventa parte del gruppo. Basta pensare al successo di Giusy Versace a Ballando sotto le stelle. Programmi di questo genere stanno influenzando il pubblico generalista, veicolando una diversa immagine della disabilità". -

Ma anche nel mondo della fotografia "l’evoluzione è evidente: - prosegue - ci sono molte più persone disposte a mettersi in gioco. Nella mia esperienza, la condizione di fotografo disabile mi ha favorito, perché i soggetti ritratti si sentono sempre nella situazione di dover mettere a proprio agio chi scatta le foto rispetto alla propria disabilità. Nel mio caso questo non succede e io stesso mi sento molto libero di esprimermi: sul set rido, scherzo su me stesso e non faccio mai il maestrino. E se mi devo togliere le protesi per scattare una foto migliore, non mi faccio problemi. Così gli altri percepiscono la mia naturalezza e si sentono a loro volta più tranquilli". 

"La mia posizione di direttore italiano della campagna inglese Model of diversity, nata per combattere le discriminazioni nel mondo della moda nei riguardi di persone portatrici di una diversità fisica come la disabilità, il colore della pelle o semplicemente il fatto di essere curvy, mi ha fatto incontrare tante persone. Ma sia chiaro: non basta essere disabile per fare la modella, bisogna avere una forza di comunicazione fuori dal comune. Da parte mia resto sempre al di fuori, promuovo gli altri e non compaio mai in prima persona. C’è tanta gente invece che ama raccontare la propria vita in prima persona e ciò può funzionare a patto di non cadere nel piangersi addosso. Questo non vuol dire che non bisogna denunciare le vessazioni, i ritardi, le pastoie della burocrazia, ma non va bene insistere troppo sul proprio malessere. Insomma, è utile indicare come superare le difficoltà, ma guai a cadere nella lagna fine a se stessa: non serve a niente ed è controproducente".

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